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Intrieri

 

Luigi Intrieri

 

DON CARLO DE CARDONA

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 Franco Petramala

Mi giunse sbiadita, giovane dirigente democristiano, la figura di Don Carlo De Cardona.
Sebbene affascinato dai valori del popolarismo cristiano, convinto della dominanza ispiratrice nella cultura cattolica, tuttavia nulla mi aveva incoraggiato ad approfondire ed indagare l’opera e la testimonianza di Don Carlo De Cardona.
Devo confessare che qualche volta mi sfiorava l’idea che l’attivismo di De Cardona, di cui c’era comunque traccia, avesse impedito in qualche modo la esposizione della sua vita e delle sue opere, in concomitanza di vicende umane intrecciate alle passioni proprie della politica.
Rimasi perciò sconcertato, molti anni orsono, allorchè partecipando da invitato ad un Congresso delle Casse Rurali ed Artigiane, entrando nella enorme ed affollatissima sala, fui colpito da una gigantografia del prete cosentino che campeggiava alle spalle delle presidenza.
Mi capitò poi di imbattermi in figure significative del clero  per gli aspetti sociali del popolarismo cristiano, come Don Caporale, Don Squillace e Don Luigi Nicoletti.
Ho letto il saggio di Don Vincenzo Bertolone “Don Carlo De Cardona prete soltanto prete” e ho letto il libro di Luigi Intrieri che, non trovandolo in libreria, ho ricevuto in omaggio cortese dall’Autore.
Mi ha colpito l’energia la generosità e la convinzione con cui Don Carlo agiva per il riscatto degli operai, dei contadini e degli umili lavoratori. E mi ha colpito allo stesso modo il senso cristiano e lo spirito dell’appartenenza di Don Carlo alla Chiesa, la sua coerenza.
Ho avvertito, dal raccontare pregevole di Luigi Intrieri, così come dalle fonti rigorosamente riportate nel testo, un senso pieno della missione di De Cardona, missione sociale in spirito cristiano. Sicchè adesso mi è chiaro il senso del titolo del saggio del Bertolone “Prete soltanto Prete”, che a primissima lettura mi aveva suggerito una idea escludente e non includente della sua dedizione al mondo del lavoro.
Ho colto una verità che ho sempre conservato nella mia coscienza, che cioè la generosità non basta, l’adoperarsi per il prossimo non basta, ascoltare la propria coscienza e ritenersi cristiano non basta, seguire la propria natura di uomo, non basta. Non basta la gratificazione delle opere, e l’uomo De Cardona avrà avuto la percezione della dimensione della sua coscienza di cristiano allorchè ha avuto come compagna anche la sofferenza.
La sofferenza delle difficoltà, del non essere capito  e riconosciuto, della delusione, della violenza che gli altri fanno quando mostrano di “non credere”; la ammirevole personalità di questo Prete si evidenzia allorchè dalla Banca dell’Agricoltura nel 1935, viene la richiesta del suo “opportuno allontanamento”.
Ed egli obbedisce non so se perché prete  o perché autore delle opere compiute.
E la sua personalità si evidenzia in un’altra circostanza: quella del mancato riconoscimento nel 1946 del suo valore di amministratore, allorchè non viene eletto Consigliere Comunale di Cosenza e viene contestato per non avere salvato dal fallimento la Cassa di Cosenza dalla aggressione del regime fascista.
Ed egli si avvia per la seconda volta all’esilio di Todi, ed egli non reagisce, anzi  in silenzio andò via per poi tornare.
Mi ha colpito il suo modo di essere popolare, moderato e coraggioso, temerario per i conflitti esistenti dalla fine dell’ 800 fino al fascismo compiuto. E non solo mi ha colpito quel richiamo sempre vigile all’unità solidale, valore avvertito sia nella comunione con chi professa la medesima fede religiosa sia con chi ha i medesimi bisogni, come i lavoratori. Modernissimo per le vicende socio politiche dal dopoguerra fino al 1994, attuale nei tempi che viviamo.
Parlava di costituzione di gruppi di interessi personali e il confronto con le idee socialiste quando positive, non travalicava mai l’intransigenza rispetto ai suoi valori cristiani, anche quando forte emergeva il suo “classismo”.
Era un intransigente: sicuramente di prezioso ci ha lasciato questo che a volte è un valore, l’intransigenza. Se al sorgere del fascismo si fosse tenuto, da parte di tutti, l’atteggiamento intransigente, la sopraffazione istituzionale e fisica non avrebbe avuto alcuna possibilità di prevalere.
piace infine riportare così:“Nel paganesimo (….) lavorare voleva dire servire, cioè sacrificarsi nell’interesse e secondo volontà di altri, che erano i padroni, (…). Nel cristianesimo (….lavorare voleva dire liberarsi (….). Oggi la questione è’ qui: in che modo e fino a che punto, il lavoratore, perché sia veramente libero, avrà il possesso degli strumenti del suo lavoro (….): la macchina il denaro, la terra ( lo scritto è del 1920 ).
Il pensiero lo associo alla attuale condizione dei lavoratori, dei precari vessati e dei lavoratori, la maggior parte, che temono per il loro lavoro.

Stralcio del Capitolo Secondo di

Don Carlo De Cardona
di Luigi Intrieri
SEI  Editore   1996

2. <<un'opera che unisca i lavoratori nella fraternità evangelica>>
(1901-1902)

1.  La Cooperativa cattolica di credito.
2.  La Lega del lavoro.
3.  La Cassa rurale di Cosenza.         

1. La Cooperativa cattolica di credito.

Dal n. 30 del 12 dicembre 1898 al n. 13 del 1899 "La Voce cattolica" pubblicò a puntate un lungo estratto dal periodico "La cooperazione popolare" di Parma, organo di don Luigi Cerutti <<infaticabile apostolo delle casse rurali cattoliche>>1. Nell'estratto si illustravano le caratteristiche della Cassa cattolica operaia, che, come abbiamo prima riferito, nel 1898 era stata creata a Cosenza all'interno della Società cattolica operaia di carità reciproca e funzionava egregiamente.

Successivamente, nel novembre del 1900 don Carlo invitò i cattolici ad unirsi e fondare una cassa operaia o banca popolare2 di ampio respiro. L'invito venne accolto da varie personalità e nel febbraio del 1901 egli annunziò la prossima costituzione di una cooperativa di credito e rinnovò la preghiera ad agire:

Una calda quanto umile preghiera noi ci permettiamo di dare col dovuto rispetto ai nostri cari sacerdoti e a quanti sono cattolici di buon volere: deh! non dimentichiamo che il Papa ha parlato e ha parlato chiaro per tutti. Noi non possiamo più contentarci delle feste religiose e delle pratiche del culto: noi dobbiamo dedicarci con entusiasmo e con santo ardire all'azione popolare cristiana, praticando con serietà di opere salutari il precetto dell'amore fraterno imposto da Gesù Cristo3.

Poco dopo espose un vasto disegno, presentato come un auspicio:

Se in ogni paese sorgesse una istituzione nella quale i contadini e gli artieri si affratellassero nel sentimento di una solidarietà invincibile e integra... Se nel petto di questi figli della gleba, di questi servi del lavoro si alimentasse la fiamma dell'amore cristiano che non conosce confini, né ostacoli, né paure, né viltà... Se questi operai si decidessero, con i piccoli risparmii del loro pur meschino salario, a formarsi un capitale collettivo da servire e ai bisogni più urgenti di ciascuno e alla difesa dei dritti del lavoro e alle imprese ardite che ridondassero a un progressivo miglioramento delle istituzioni, del ceto, delle industrie... Se si moltiplicassero tali istituzioni e si stringessero in un fascio sotto gli auspicii di chi è posto a diffondere l'Evangelo di Cristo... allora un nuovo soffio di vita si sprigionerebbe dalle viscere del popolo, e tutti gli uomini di cuore avrebbero la gioia di salutare l'alba del vero domani della Calabria4.

E ritornò a invitare i cattolici a muoversi, a non perdere tempo e a

organizzare una società operaia, una cooperativa di credito (sia pure con un capitale di poche lire), una scuoletta serale, un patronato di carità, un'opera insomma che unisca i lavoratori nella fraternità evangelica e manifesti la virtù rigeneratrice del Cristianesimo5.

Il 12 marzo successivo venne rogato a Cosenza l'atto costitutivo della Cooperativa cattolica di credito fra gli operai.. Lo sottoscrissero 26 soci, fra i quali l'arcivescovo Sorgente, i parroci Giuseppe Candelise e Luigi Cribari, i sacerdoti Alessandro Buccieri, Carlo De Cardona e Antonio Perri, l'avv. Francesco Magliari e alcuni commercianti, possidenti, professionisti, operai e contadini;

ma nonostante il nome la presenza degli operai era minima. La Cooperativa aveva come fine il miglioramento morale ed economico del ceto operaio; il suo capitale era costituito da azioni nominative di L. 25 ciascuna, che potevano essere cedute solo con l'approvazione del consiglio di amministrazione. Per favorire coloro che non erano in grado di acquistare una singola azione, e quindi per coinvolgere anche gente umile, lo statuto della Cooperativa prevedeva la possibilità di ammettere soci che sottoscrivessero a rate un quinto di un'azione, purché completassero il pagamento entro un anno. La Cooperativa cominciò a funzionare il 15 giugno nel secondo piano del palazzo arcivescovile, aprendo gli sportelli soltanto nei pomeriggi di martedì, giovedì e sabato, e concedeva prestiti all'interesse del 5% posticipato6. Come primo presidente venne eletto il barone Adolfo Collice, che rivestiva anche la carica di presidente del comitato diocesano dell'Opera dei
Congressi7

"La Voce cattolica" diede l'annunzio della sua costituzione con una nota di cronaca in seconda pagina8, e ciò contrastava con la ricchezza di notizie riguardanti gli altri aspetti della vita cattolica cittadina. Probabilmente De Cardona non ne era del tutto entusiasta per la presenza troppo forte di esponenti della nobiltà e della borghesia cosentina. Fin dal primo momento cercò di favorire l'indirizzo sociale della vita e delle attività della Cooperativa: infatti, su sua proposta nel 1903 essa modificò il suo statuto, stabilendo che potevano essere concessi prestiti non solo a singoli ma anche a cooperative di consumo e di produzione e lavoro, a casse rurali e a società di mutuo soccorso9. In seguito don Carlo assunse una posizione fortemente critica. Nel 1905 sostenne che la Cooperativa doveva rimanere nelle mani degli operai, i quali l'avevano creata <<per liberarsi dall'usura, aperta e sfacciata, o burocratica ed elegante, e per liberarsi soprattutto dal servaggio>>, perché <<il sangue di un'istituzione cristiana dev'essere l'ideale, non il denaro, dev'essere la testimonianza di sacrifizio a vantaggio degli umili e non viceversa>>10. Nel 1907 criticò aspramente l'indirizzo affaristico assunto dalla Cooperativa e la invitò a togliere l'aggettivo <<cattolica>> dal suo nome11. Il 16 marzo 1908, durante l'assemblea degli azionisti, avanzò ufficialmente questa proposta; ma essa venne respinta. Lo svolgimento dell'assemblea, l'influenza esercitata sulle votazioni e soprattutto l'andamento generale dell'istituzione convinsero De Cardona a ritirarsi. Infatti al termine delle votazioni, pur essendo stato eletto sindaco supplente, presentò le dimissioni non solo da sindaco, ma anche da socio12.

Dopo l’abbandono di don Carlo la Cooperativa, che dal 1905 aveva lasciato il palazzo arcivescovile e si era spostata nel palazzo Giannuzzi-Savelli, in Via del Seggio n. 413, assunse ufficialmente il nome di Banca cattolica di Cosenza; nel 1916 si trasformò in società anonima per azioni14 e nel 1924 cambiò nuovamente il nome in quello di Banca cattolica di Calabria. Nel 1917 aumentò il capitale sociale da L. 122.605 a L. 300.020 mediante l'emissione di azioni al portatore. Decise ulteriori aumenti di capitale nel 1923, portandolo a 1 milione, e nel 1929 a 2 milioni. A poco a poco aprì agenzie e succursali in varie parti della Calabria: Amantea, Cassano Ionio, Castrovillari, Corigliano Calabro, Paola e San Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza; Monteleone (oggi Vibo Valentia) e Nicastro (oggi Lamezia Terme) in provincia di Catanzaro; Reggio Calabria, Mammola, Oppido e Villa San Giovanni in provincia di Reggio. La crisi degli anni '30 la colpì duramente. Nel 1929 aveva una massa di depositi pari a L. 29.394.674, di cui L. 24.165.420 impegnati in prestiti; ma nel 1931 il fallimento di vari debitori la costrinse a svalutare a zero il capitale e le riserve e a
reintegrarlo aumentandolo a L. 3 milioni15. Tuttavia questa manovra fu inutile: l'anno successivo dovette chiedere al tribunale di Cosenza l'ammissione al concordato preventivo, che ottenne con decisione del 19 giugno 193216; la Cassa di risparmio di Calabria l’assorbì nel 1933 e i depositanti ricevettero solo il 66%17.

Nel frattempo don Carlo si era dedicato ai contadini e alle casse rurali; mentre a sua volta un gruppo di artigiani e di operai cattolici, che non avevano rinunciato all'idea originaria del piccolo prestito, nel 1909 costituì una nuova istituzione creditizia, il Piccolo credito operaio, che operò egregiamente fino alla crisi degli anni '3018.

2. La Lega del lavoro.

Dallla sua costituzione nel 1897 la Società cattolica operaia di carità reciproca organizzava gli operai cattolici di Cosenza. Partecipava alle processioni cittadine e prima di tutto a quella del Corpus Domini19; celebrava annualmente il 15 maggio l’anniversario della Rerum novarum20 e svolgeva opera di assistenza. Ma, agli occhi di don Carlo, essa era insufficiente, perché aveva prospettive e finalità limitate.

Il 27 maggio 1901, con un articolo di prima pagina, firmato <<I democratici cristiani di Cosenza>>, "La Voce cattolica" annunziò l'apertura di un nuovo capitolo dell'impegno dei cattolici cosentini. L'articolo affermava innanzi tutto che,

dopo esser riusciti piuttosto felicemente a far nascere e verdeggiare per vita intima i tre germogli dell'organizzazione cattolica cosentina: l'Associazione Operaia di C.R., la Cooperativa di credito, la Lega di miglioramento delle donne21,

i cattolici cosentini avevano deciso di dedicarsi alla costituzione della Lega del lavoro:

Il fatto è che noi [...] perché amiamo fortemente il popolo in Gesù Cristo - non possiamo mirare con animo indifferente la condizione creata da secoli ai nostri lavoratori, a coloro, che oltre di essere nostri fratelli, sono, nella chiesa, la parte migliore e, nella società, i fattori veri e propri della ricchezza pubblica.

Dopo aver sottolineato la condizione misera dell'operaio, del contadino e della donna lavoratrice, l’articolo affermava che

La ricchezza dunque deve essere [...] almeno convenientemente e umanamente distribuita tra capitalista e lavoratore. E' utopia, è ingiustizia rovinosa la disuguaglianza che divide gli uomini in due classi, l'una di servi e l'altra di potenti, e che preclude la via al glorioso avanzarsi della fraternità e della civiltà cristiana.

Ribadita la convinzione che gli operai non erano servi, ma erano liberi cittadini, l'articolo si chiedeva: <<Or chi darà al popolo questa santa e giusta libertà?>> e affermava:

La libertà vera il popolo se la conquisterà da sé, con le sue vergini forze e col suo genio ispirato e temprato dall'Evangelo di Cristo.

Per questo motivo, gli operai

si uniscano nel sentimento della solidarietà di classe - che è una delle più importanti virtù civiche - e allora: - a) il patto del lavoro non sarà imposto, ma discusso, alla stregua della giustizia e dell'equità, fra padroni forti dei loro capitali e operai ugualmente forti nella loro unione; - b) la voce collettiva dei proletarii si farà sentire forte e solenne così nelle alte sfere del governo centrale come in tutte le pubbliche amministrazioni; - c) i figli del lavoro una volta affiatatisi, potranno di comune intesa studiare e attuare gradualmente quegli istituti e quelle riforme che hanno di mira l'educazione morale e civile del popolo, il miglioramento delle sue condizioni igieniche ed economiche, la difesa legale dei dritti conculcati, la pace e l'armonia fra le varie classi sociali22.

All'annuncio del 27 maggio fecero seguito alcune riunioni per costituire la Lega23. Il 23 giugno successivo, su "La Voce cattolica" apparve un manifesto, firmato <<Gli operai del Fascio Democratico Cristiano di Cosenza>>, nel quale si riaffermava l'ingiustizia della condizione operaia e si esponevano le finalità della Lega del lavoro:

1) L'istruzione e l'educazione degli operai24, adoperando a tal uopo i mezzi più efficaci della vita moderna (conferenze, scuole serali, circoli di studii popolari, giornali e stampe) - 2) Lo studio e la discussione privata e pubblica delle condizioni morali, igieniche ed economiche del lavoro. [...] - 3) Stabilire possibilmente d'accordo coi padroni, un minimum per le ore di lavoro e per la mercede. L'operaio deve avere il riposo conveniente alla sua educazione morale; [...] - 4) Abituare i figli del lavoro all'esercizio dei dritti di ogni cittadino, sostenerli anche nelle legali e pacifiche agitazioni per l'appagamento dei loro legittimi desiderii. [...] [promuovere] la costruzione di Case Operaie, nell'intento di abolire quelle che ora sono le tane, le stamberghe fetide dove si ammucchiano operai e animali, senza alcun riguardo alla decenza e all'igiene; - 5) Agevolare agli operai la assunzione cooperativa di lavori, l'acquisto collettivo di mezzi per il miglioramento della produzione, l'iscrizione alle società per il piccolo credito, per l'assicurazione contro la vecchiaia e gl'infortunii; - 6) Porgere indirizzi e raccomandazioni utili agli operai emigranti

e inoltre istituire nel proprio seno l'Ufficio del lavoro e la Cassa per la disoccupazione forzata. Si precisava, inoltre, che la

Lega si compone di Gruppi professionali e di Sezioni locali, dipendenti da un Consiglio Centrale residente in Cosenza e costituito da consiglieri eletti, nei singoli Gruppi col sistema della Rappresentanza Proporzionale25.

In una nota redazionale si affermava, infine, che le leghe erano volute dall'Opera dei Congressi e che nel Nord Italia esse erano state già istituite con l'approvazione delle autorità ecclesiastiche e avevano dato buona prova di sé. Molto probabilmente questa nota venne aggiunta per spingere i parroci a collaborare e a vincere tendenze conservatrici o inerzia. Don Carlo si rivolse anche in modo preciso e puntuale a una manifestazione di tale tendenza. Infatti, in risposta a un <<illustre e antico difensore dei dritti della Chiesa>> che accusava i democratici cristiani di essere <<più intonati al socialismo che all’ortodossia cattolica>>, scrisse:

Noi miriamo alla reintegrazione della giustizia sociale, ma per le vie della prudenza cristiana [...] prima di tutto e sopratutto ci sforziamo di far passare nell’anima popolare il soffio purificante e vivificante del cristianesimo. [...] In secondo, luogo ci guardiamo bene dal far balenare dinnanzi alla fantasia dei lavoratori, ideali lontani e irrealizzabili. Non lo scatto rivoluzionario per la conquista di una felicità impossibile, ma l’evoluzione lenta e graduale, nell’ambito delle leggi e in forme ben definite di miglioramenti economici26.

Per tutto il resto dell'anno il giornale diocesano pubblicò una rubrica, intitolata "Conversazioni popolari" e redatta certamente da don Carlo De Cardona, che illustrava i vari aspetti della Lega del lavoro in modo semplice e discorsivo.

La costituzione della Lega venne variamente accolta dalla stampa laica cosentina. La "Cronaca di Calabria", pur confermando la sua opposizione ai cattolici e ai democratici cristiani, si dichiarò lieta <<di poter constatare che è per opera loro, esclusivamente, che è sorta nella nostra città la lega del lavoro>> alla quale avevano già aderito 300 operai, ma si augurò che essa mantenesse la sua azione nell'ambito dell'organizzazione economica per l'emancipazione del proletariato27. "La Lotta", invece, criticò la posizione assunta dalla "Cronaca di Calabria" e sostenne che gli <<amanti della libertà e del progresso civile>> dovevano contribuire <<ad allontanare la classe operaia dalla superstizione e dal facile inganno, ormai condannati dalla storia>>28. La "Cronaca" respinse le critiche, affermando di non condividere affatto le idee clericali, ma ribadì che <<Senza l'opera del De Cardona Cosenza avrebbe continuato ad essere ... né carne né pesce>> e ne lodò l'operosità che aveva scosso Cosenza e anche i liberali29. Decisamente contraria, invece, la posizione del giornale socialista "Il Domani", espressa in un articolo significativamente intitolato <<Il pericolo nero>>30.

Questa levata di scudi contribuì a far celebrare in modo più spiccatamente anticlericale e con la partecipazione del sindaco l'annuale commemorazione della presa di Roma il 20 settembre successivo31. L'allarme durò a lungo e in un articolo del 1902 la "Cronaca di Calabria" espresse questa volta la sua preoccupazione per il risveglio clericale, guidato da

 De Cardona, che alla combattività dell'agitatore aggiunge la praticità del più equilibrato uomo d'affari - il quale
senza rumori, ma silenziosamente ha stretto insieme, come in un fascio, parecchie centinaia di persone ed ha formato la lega cattolica [...]. E se in un tempo più o meno vicino Leone XIII sciogliesse i suoi fidi dal veto alle urne, l'urto non sarebbe irrompente e poderoso e la vittoria quasi sicura?32.

A tanti anni di distanza ci si può chiedere come mai gli avversari di don Carlo, e specialmente i socialisti, invece di limitarsi a dimostrazioni verbali, non scendessero a contrastarlo sul piano dell’azione concreta. Il problema è complesso, ma molto probabilmente pesava sui socialisti cosentini la convinzione del partito socialista del tempo che, per la mancanza di industrie e quindi di un proletariato industriale, <<nel Mezzogiorno non fossero ancora maturate le condizioni per lo sviluppo di un movimento associativo e rivendicativo>> e che quindi occorreva <<limitarsi ad aiutare i ceti borghesi illuminati a creare quelle condizioni, economiche e politiche, in cui finalmente il movimento operaio avrebbe potuto dispiegarsi liberamente>>33.

O
ltre a ciò, i socialisti cosentini erano in maggioranza borghesi e di formazione prettamente intellettuale e perciò poco propensi a impegnarsi fra gli operai e i contadini34. Un loro esponente di primo piano e di grande valore, come il medico Pasquale Rossi, pur manifestando apprezzamento per l'azione sociale cristiana fin dal 189535, era convinto che

Le cooperative, quando non divengano mezzo di creare altri nuovi piccoli capitalisti, che sfruttino il lavoro dei loro compagni [...] son sempre causa certa e costante dell'abbassamento del salario36.

La manifestazione del 20 settembre 1901 diede origine a una polemica, nel corso della quale don Carlo precisò che il movimento clericale, tanto temuto dai laicisti (socialisti, massoni, liberali ecc.),

è un movimento di idee. Idee che si possono compendiare così: Giustizia, fraternità, pace, nel nome e in virtù dell’Evangelo di Cristo [...] Giustizia e quindi [...] lavoro [...] educazione, [...] partecipazione a tutti i beni della civiltà [...] Fraternità, cioè organizzazione cooperativa37.

Durante la polemica riapparve il dottrinarismo dei socialisti cosentini, perché in un articolo sul “Domani” Pasquale Rossi si chiese a che servissero le leghe, visto che i salari erano aumentati per il libero gioco del mercato38, dando così la possibilità a don Carlo di ribattere agevolmente che esse avevano lo scopo di <<rappresentare la classe degli operai, farne valere i dritti e promuovere i suoi interessi economici, civili, politici, morali e religiosi>>39; e in seguito poté concludere che <<Un programma netto, [...] i socialisti di Cosenza non l’hanno>>, perché Pasquale Rossi nel n. 36 del “Domani” aveva scritto che le leghe non servivano e nel n. 39 che occorrevano <<forme di resistenza>>40.

A fine anno la Lega diede anche una pubblica manifestazione di forza: 400 operai con la bandiera bianca parteciparono infatti a un congresso unitario svoltosi l’8 dicembre a Cosenza per sostenere i diritti della Provincia41.

La costituzione della Lega e l'impegno di don Carlo suscitarono perplessità all’interno della Chiesa cosentina: per quarant’anni, dalla nascita del Regno d’Italia in poi, i cattolici si erano abituati a non prendere iniziative proprie e a rimanere chiusi nelle chiese, per cui molti avevano finito col credere che questo atteggiamento corrispondesse alla natura del cristianesimo.

Don Carlo aveva avvertito fin dal principio il pericolo di questa falsa concezione e le aveva dedicato vari accenni su “La Voce cattolica” degli anni precedenti. Nel 1902, nel momento in cui si passava all’azione, questa concezione venne esplicitamente a galla con qualche intervento scritto:

Proprio l’altro giorno un vecchio giornaletto di Cosenza - organo dei monarchici conservatori, di certi cattolici non clericali e ... di qualche prete - facendosi eco dei forti malumori che la nostra attività democratica va suscitando di giorno in giorno, nel cuore della elité [sic] cosentina, ci consigliava a non occuparci di politica, e, naturalmente, a rientrare nel guscio di un santo e innocuo ozio spirituale42.

A questo consiglio seguì il tentativo di mettere in contraddizione i cattolici di Cosenza col giornale cattolico di Reggio, “Fede e civiltà”. Don Carlo replicò che <<Il prete, il cristiano non sopprime l'uomo e il cittadino>>, che occorreva perciò svegliare i cattolici perché partecipassero alla vita sociale e amministrativa, cosa che non era stata mai fatta in Calabria, e che su questo punto non vi era alcuna differenza con "Fede e civiltà"43. In novembre ritornò ancora sul problema e replicando a un ipotetico obiettore, sul rapporto tra la missione spirituale della Chiesa e il movimento economico e sociale delle casse rurali, lo invitò a considerare che:

il cristianesimo [è stato] fatto dal suo Divino Istitutore, per salvare l'uomo - soprannaturalmente: l'uomo intero con la sua intelligenza, col suo sentimento, coi suoi bisogni, col suo provvidenziale istinto alla socialità, al progresso; di modo che è semplicemente un assurdo (oltre che un'eresia) il concepire un cristianesimo non informatore di tutto l'uomo e della sua civiltà, ma di una parte soltanto, di quella forse che darebbe meno fastidii alla pigrizia umana44.

La modernità di queste affermazioni è evidente: par di sentire l'eco anticipato del Concilio Vaticano II e del pensiero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II.

Subito dopo la sua costituzione la Lega del lavoro di Cosenza si inserì nella dialettica cittadina per portare il suo contributo. Nel giugno del 1902 partecipò a un comizio unitario cittadino che si concluse con l’approvazione di un ordine del giorno a favore della legge sul riposo festivo. Durante la sua redazione don Carlo De Cardona chiese che fra le motivazioni venisse aggiunto che il riposo era richiesto <<dalla legittima libertà di coscienza>>, ma l’avv. Mirabello si oppose, perché veniva richiamata indirettamente l’osservanza del terzo comandamento45. La posizione di Mirabello mise in evidenza l’atteggiamento tipico degli anticlericali di ogni tempo: sventolare la propria libertà di coscienza come mezzo di lotta contro la Chiesa, ma negarla ai cattolici.

Nello stesso periodo don Carlo affermò due principi per i quali la Lega si sarebbe battuta: contro il capitalismo liberistico sostenne che per la formazione della ricchezza era necessario il lavoro46; contro l’assistenzialismo di ogni tempo affermò che per far progredire il Mezzogiorno occorreva

tesoreggiare le energie nascoste in fondo all'anima popolare, ravvivandola con una sempre più intensa propaganda degli ideali cristiani, moltiplicandole e fissandole nelle forme più alte di organizzazioni economiche47.

Durante il 1903 la Lega continuò il suo sviluppo: Il 25 gennaio il gruppo calzolai rinnovò le cariche48; in febbraio i giovani allietarono gli adulti con una rappresentazione teatrale nella <<casa del popolo>>, cioè nella sede della Lega49; il 13 aprile si incontrarono a Catena di Trenta gli operai della Lega di Cosenza e quelli di Trenta e dei paesi vicini, presenti i parroci Provieri, Marsico, Toteda e Del Vecchio: a tutti parlò don Carlo sulla necessità dell’organizzazione e della formazione della coscienza di classe50; poco dopo venne costituita in seno all’Unione del lavoro di Trenta una cooperativa di consumo51. Nella Lega di Cosenza venne costituito anche il Mutuo soccorso di cui nel gennaio del 1905 vennero eletti presidente Antonio Cuscini e probiviri il sac. Giuseppe Lovis, l’avv. Antonio Cundari52,e l’avv. Francesco Magliari53.

Il successo della Lega era dovuto interamente a don Carlo. Gli avversari lo compresero perfettamente e diressero i loro attacchi contro la sua persona. Nel 1902 don Carlo rilevò la lotta condotta contro di lui sia dai proprietari di Cosenza, che vedevano limitato il loro strapotere54, sia dai socialisti cosentini, che vedevano il numero crescente di lavoratori che si univano nella Lega.

A “Il Domani”, giornale socialista di Cosenza, che attaccava continuamente la “Voce” riportando notizie di immoralità compiute da sacerdoti di altri luoghi, don Carlo rispose molto semplicemente: <<La Voce cattolica da anni è compilata quasi sempre unicamente dal sac. Carlo De Cardona; ebbene sii leale: se hai delle pruove per mettere alla gogna costui>>, presentale55. In seguito ampliò la sua critica e mise in evidenza i contrasti all’interno del movimento socialista: Labriola contro Turati, Kautski contro Bernstein; e ne concluse che i socialisti non sapevano quel che avrebbero dovuto fare56. Richiamò poi lo scontro tra il rivoluzionario Ferri e il riformista Turati, emerso al congresso di Imola, per concluderne che ai socialisti restava solo l’<<anarchia>> e lo <<spirito anticristiano>>57.

Nonostante queste polemiche, don Carlo seguiva con grande apertura quanto accadeva nel campo socialista. Nel 1903 il capo dei socialisti cosentini, Pasquale Rossi, tenne un comizio elettorale per la Provincia e per i lavori provinciali propose <<minimo di salario, pagamento settimanale, impiego di fanciulli non al di sotto dell'età legale>>; propose inoltre il rinnovo dei servizi per i dementi e del brefotrofio, preferendo tuttavia al ricovero dei bambini la concessione di un sussidio alla madre per allattare il figlio. Don Carlo intervenne al comizio e accettò queste proposte58. A chi lo aveva criticato per questi fatti don Carlo osservò che l’educazione civile e il senso di vita cristiana dovevano essere molto bassi se era sembrata strana l’affermazione di un principio di moralità da parte di un sacerdote59.

3. La Cassa rurale di Cosenza.

Una delle caratteristiche dell'Italia dell'Ottocento era la miseria dei contadini, come venne ampiamente messo in evidenza dall'inchiesta parlamentare agraria del 1879-1883, coordinata dall'on. Stefano Jacini. Ovunque i contadini (piccoli proprietari, affittuari ecc...) mancavano di capitali e non riuscivano a ottenerli dalle banche, perché non erano in grado di offrire garanzie reali adeguate; perciò erano costretti a rivolgersi agli usurai60. I monti frumentari e le casse di prestanza agraria, creati in Italia meridionale dai Borboni, non riuscivano a far fronte alle richieste, perché in crisi perenne o non sufficientemente diffusi; in ogni caso non avevano sufficiente snellezza, perché appesantiti dalle bardature burocratiche tipiche delle istituzioni pubbliche. Per questi motivi sorse e si diffuse sempre di più l'esigenza di un'istituzione diversa.

Nel 1864 cominciarono a diffondersi in Italia le banche popolari e le cooperative di credito, sorte in Germania nel 1849-50 ad opera di Herman Schulze-Delitzsch per fronteggiare una situazione analoga61. Il fenomeno interessò anche la Calabria: nel 1874 venne costituita la Banca popolare vibonese mutua cooperativa a Monteleone (ora Vibo Valentia), nel 1882 venne fondata la Banca popolare cosentina a Cosenza, nel 1885 la Banca cooperativa popolare Umberto I di Cassano Ionio, nel 1886 la Banca cooperativa di credito di Cotrone (ora Crotone) e la Banca popolare di Mormanno; altre istituzioni simili sorsero negli anni successivi, particolarmente nella Piana di Gioia Tauro62.

La maggior parte di queste istituzioni erano delle cooperative; tuttavia ad esse potevano aderire solo piccoli industriali, commercianti e proprietari terrieri, perché era richiesto il versamento di una quota sociale, e quindi non erano adatte alle esigenze e alle condizioni economiche dei contadini poveri. Per tale motivo le Banche popolari, pur apportando notevoli vantaggi ai propri soci, non potevano contribuire a svincolare i contadini poveri dalla sudditanza economica, che si traduceva in sudditanza politica e sociale. Si rendeva perciò necessario creare un tipo di istituzione completamente diversa, che tenesse conto di questi fatti.

Anche in questo caso la soluzione venne dalla Germania, afflitta come l’Italia dalla povertà dei contadini. Nel 1869 Federico Guglielmo Raiffeisen63 aveva costituito un diverso tipo di istituzione creditizia, la Cassa rurale, le cui caratteristiche peculiari erano l'assenza di un capitale sociale iniziale e la responsabilità illimitata: i contadini, infatti, mettevano insieme non i capitali, di cui non disponevano, ma i loro prodotti e le loro attrezzature64. Il rapido successo di questa istituzione spinse un israelita, Leone Wollemborg, a introdurla in Italia: il 20 giugno 1883, infatti, egli fondò a Loreggia (in provincia di Padova) la prima cassa rurale italiana65. A poco a poco le casse rurali si diffusero nelle altre regioni: nel 1884, promossa da Wollemborg, sorse in Toscana la cassa rurale di Castelfiorentino; nello stesso anno quella di Fagnigola nel Friuli; nel 1886 le casse rurali cominciarono a sorgere in Piemonte, poi in Lombardia, nel Lazio, nell'Emilia, in Sicilia ecc.

L'idea di fondo della cassa rurale, l'aiuto reciproco e illimitato, corrispondeva in pieno alla visione cristiana della vita e alla tradizione cattolica delle misericordie e delle confraternite. L'aiuto da essa fornito ai soci, infatti, superava il semplice aspetto economico e diventava un mezzo di elevazione sociale e di liberazione. Il contadino che ricorreva come socio alla propria cassa per contrarre un prestito rimaneva un uomo libero, non soltanto perché doveva restituire il capitale con un interesse limitato, ma anche e soprattutto perché, in qualche modo, egli concedeva un prestito a
se stesso e non doveva più soggiacere alle angherie di un usuraio o alla volontà di un padrino economico o politico. Il 16 febbraio 1890 il sacerdote don Luigi Cerutti fondò a Gambarare, in provincia di Venezia, la prima cassa rurale cattolica e ne propose la costituzione agli esponenti cattolici di tutta l'Italia. Il movimento cattolico italiano organizzato nell'Opera dei Congressi che, stimolato proprio in quegli anni dall'enciclica Rerum novarum di Leone XIII (15 maggio 1891), rivolgeva la sua attenzione alla vita sociale e in particolare alle situazioni di emarginazione, condivise subito la proposta di don Cerutti66.

Il tema delle casse rurali venne discusso e approvato nel congresso di Genova (1892)67 e poi ripreso e approfondito in quello di Fiesole (1896)68. In poco tempo le casse rurali del Wollemborg vennero superate per numero e importanza da quelle cattoliche69, tanto che ben presto l’espressione cassa rurale divenne sinonimo di istituzione cattolica. In un opuscolo edito a Parma si affermava, infatti, che le caratteristiche della cassa rurale dovevano essere la cattolicità dei membri, la circoscrizione parrocchiale, la solidarietà illimitata, la gratuità degli uffici e la esclusione di ogni capitale azionario70. Era prevalso il criterio che la cassa rurale fosse un'opera di solidarietà sociale, espressione di una comunità che metteva i beni di ciascuno a disposizione di tutti, secondo la pratica dei primi cristiani di Gerusalemme. Per questo motivo fino alla crisi degli anni '30 le casse rurali furono giuridicamente delle <<cooperative a responsabilità illimitata>>.

Nel 1896 il congresso cattolico di Reggio Calabria aveva approvato con entusiasmo l'idea di costituire ovunque delle casse rurali71. L'anno successivo la proposta cominciò a trasformarsi in realtà e a Messignadi di Oppido venne costituita la Cassa rurale di prestiti, la prima di cui si ha notizia certa in Calabria. La cassa di Messignadi ebbe vita breve, perché si sciolse dopo appena due anni; ma il suo esempio venne seguito a Catanzaro, dove il 14 febbraio 1899 venne costituita la Cassa rurale di prestiti. Anch'essa ebbe vita relativamente breve, perché dal 1909 cessò di depositare i suoi atti nella cancelleria del tribunale. Negli anni immediatamente successivi vennero costituite in provincia di Catanzaro altre quattro casse rurali: la Cassa rurale cattolica "S. Francesco di Paola" in Maida, il 5 febbraio 1901, che durò per trent'anni; la Cassa rurale di depositi e prestiti "Sant'Arcangelo" in Tiriolo, registrata nel 1904, che però non funzionò mai; la Cassa rurale di depositi e prestiti in Sant'Onofrio, il 4 febbraio 1905, che funzionò fino al 1924; e la Cassa rurale depositi e prestiti in Maierato, il 2 luglio 1905, che non riuscì mai a funzionare.

In provincia di Reggio, nello stesso periodo, erano state costituite la Cassa rurale "S. Nicola di Mira" in Oppido Mamertina, il 12 novembre 1902; la Cassa rurale di prestiti "S. Elia profeta" in Condora il 22 marzo 1903; e la Cassa rurale "San Nicola" in Santa Domenica di Gallico, il 22 maggio 190472. Le prime due durarono a lungo, mentre quella di Gallico non riuscì mai a funzionare.

La costituzione di casse rurali non era stata inclusa nel programma della Lega del lavoro di Cosenza. Probabilmente, come appare da una nota pubblicata il 9 febbraio 1902 su "La Voce cattolica"73, ciò era dovuto al fatto che si pensava di seguire le indicazioni nazionali, che prevedevano due organizzazioni distinte: una per gli operai, la Lega del lavoro, e una per i contadini, l'Unione rurale, nei cui compiti rientravano anche le casse rurali. L'organismo creditizio degli operai era la Cassa operaia cattolica, di cui abbiamo già trattato, e che venne proposta ancora una volta dal giornale il 24 febbraio, rinviando a un manuale di don Luigi Cerutti74. Solo nel 1905 De Cardona, propose l'organizzazione unitaria di operai e contadini nella Lega del lavoro e la costituzione di casse rurali come loro unico organismo creditizio75. E' probabile che a ciò sia stato spinto non tanto da esigenze di semplificazione, quanto piuttosto dalla constatazione dell'assenza di una vera classe operaia in Calabria.

La prima cassa rurale della provincia di Cosenza venne promossa dalla Lega del lavoro sei mesi dopo la sua fondazione: il 19 gennaio 1902 diciassette coloni, un fittavolo, un possidente e un'altra persona di cui non è indicata la qualifica professionale, firmarono l’atto notarile costitutivo della Cassa rurale di depositi e prestiti cattolica di Cosenza (società cooperativa in nome collettivo)76. "La Voce cattolica" non diede alcuna notizia del fatto; tuttavia il 7 luglio 1902, in seconda pagina, pubblicò un invito ai sacerdoti a interessarsi dei contadini e a costituire delle casse rurali, senza far riferimento alcuno a quella già costituita:

Aiutare dunque i contadini, è per tutti un dovere di gratitudine e per i cattolici, per i sacerdoti, anzi, può essere un dovere di apostolato. [...] Il contadino è laborioso e perciò egli il sostentamento se lo trae dalla terra col suo lavoro indefesso: il contadino ha più degli altri vivo nel cuore il senso della giustizia [...]. Aiutare i contadini vuol dire organizzarli, o almeno lasciare che si organizzino per mettere in comune, nello spirito fraterno, le loro buone idee, i loro risparmii, le loro forze, uscendo così da questo stato di disgregazione e di isolamento, che è da selvaggi, non da cristiani, da schiavi, non da liberi cittadini di una classe rispettata. E il primo germe di unione vuol essere la Cassa rurale, come fu ideata dal tedesco Raiffeinsen [sic] e largamente attuata dal nostro Cerutti. Poiché la cassa rurale non è una banca come tutte le altre destinate al semplice guadagno mediante la circolazione dei capitali monetarii: essa è piuttosto una prima e più felice funzione sociale e insieme cristiana del credito, e perciò un elemento prezioso di unione fra i contadini. Difatti il fulcro della Cassa rurale è quella che suol dirsi solidarietà illimitata, i cui vantaggi morali saltano agli occhi di tutti: essa stringe intimamente i socii della cassa, li affratella e li trasforma in una sola famiglia disposta a dividersi i favori della buona come i pericoli della avversa fortuna - una famiglia, una fratellanza dove i deboli mutuamente sono sostenuti ed aiutati, dove tutto si fa per il bene di ciascun membro della società, dove si lavora per il Signore!77

Il 25 novembre 1902 "La Voce cattolica" ritornò nuovamente sul problema delle casse rurali con un articolo di prima pagina, presentandone la funzione sociale e i principi informativi:

Una Cassa rurale, col suo minuscolo capitale, è una catapulta contro l'usura - ed è ancora un'altra cosa molto più importante: è una prima cellula vivente nella massa amorfa e quasi inerte (almeno rispetto alla società) dei volghi campagnoli. [...] Un mezzo sempre più forte e quindi più atto a soddisfare i bisogni non personali soltanto. I piccoli e felici esperimenti accrescono la fiducia dei compagni e insieme il sentimento di una forza che non avrebbero se fossero divisi, che hanno perché uniti e d'accordo: ringagliardita così la coscienza di classe, nasce in quei petti, ricchi di intatte e fresche energie, lo slancio verso più alte e degne mete di progresso civile78.

Tuttavia, nonostante questa lode, la Cassa rurale di Cosenza continuò a rimanere per altri due anni l’unica istituzione di questo tipo in provincia.


1  Adunanza generale delle Società Cattoliche, VC, 1898, n. 30, 12.12, p.4.
2  La vostra ricchezza, VC, 1900, n. 39, 4.11, p. 4.
3  In pratica, VC, 1901, n. 7, 17.2, p. 4.
4  In mezzo alla neve, VC, 1901, n. 8, 26.2, p. 4.
5  Organizzarsi, VC, 1901, n. 10, 10.3, p. 4.
6  Cooperativa di credito, VC, 1901, n. 24, 23.6, p. 3.
7  ACT.CS, fasc. 30. Cfr. anche Cooperativa cattolica di credito, "La Sinistra", 1901, n. 16, 4.5, p. 2.
8  Cronaca cittadina, VC, 1901, n. 14, 14.4, p. 2. La composizione del consiglio di amministrazione venne pubblicata in un numero successivo (Cronaca cittadina, ibid., n. 16, p. 3).
9ACT.CS, fasc. 30.
10   La Banca Cattolica, LAV, 1905, n. 6, 18.3, p. 3.
11   Cosenza. Banca Cattolica, LAV, 1907, n. 13, 30.3, pp. 2-3.
12   Cosenza. Banca Cattolica, LAV, 1908, n. 12, 21.3, pp. 1-2.
13   Cronaca, VC, 1905, n. 32, 2.12, pp. 1-2.
14   FAL.CS, 1916-17, p. 334.
15   ACT.CS, fasc. 30.
16   FAL.CS, 1931-32, p. 886-887.
17   ACT.CS, fasc. 30.
18   Il Piccolo credito operaio venne costituito in Cosenza il 21 gennaio 1909 da 18 soci come società cooperativa alla quale poteva aderire chi era <<artigiano, di buona condotta morale, civile e religiosa>> e sottoscriveva un'azione di L. 25. Fra i soci erano il tipografo Rosalbino Serpa e l'impiegato Domenico Eugenio Ciaccio (FAL.CS, 1908-1909, pp.
985-986; ACT.CS, fasc. n. 113). I depositi salirono negli anni '30 fino a 300.000 lire e venne colpito dalla crisi nel 1936 con 89 mila lire di <<sofferenze>>. Il 14 agosto 1937 il Direttore della Banca d'Italia, filiale di Cosenza, espresse il parere che avrebbe dovuto essere assorbito alla pari dalla Banca nazionale del lavoro (BIT.CS, Copialettere n. 20, f.
215); ma questa rifiutò di intervenire (Ibid., ff. 363-365). Con sentenza del 12.9.1938 il tribunale di Cosenza ne dichiarò lo stato di cessazione dei pagamenti a decorrere dal 12 settembre 1936 (FAL.CS, 1938-39, p. 223). Con decreto del Duce 19.9.1938 le venne revocata l'autorizzazione all'esercizio del credito e venne messa in liquidazione (GU, 1938, n.
222). Il bilancio finale al 15.4.1952 venne chiuso in pareggio (ACT.CS, n. 113).
19   Cronaca cittadina, VC, 1899, n. 23, 4.6, p. 3. Nel 1900 <<una lunga schiera di lavoratori appartenenti alla Società operaia cattolica>> sfilò nella processione cittadina del Corpus Domini (Cronaca cittadina, VC, 1900, n. 20, 18.6, p. 3) 20   Cronaca cittadina, VC, 1899, n. 20, 17.5, p. 3; Cronaca cittadina, VC, 1900, n. 17, 27.5, p. 2. Nel 1902 la Società
operaia (presidente Michele Buoncristiano e assistente don Alessandro Buccieri) inaugurò la sua sede rinnovata in Via Piazzetta 9 (Cronaca cittadina, VC, 1902, n. 38, 17.11, p. 3).
21   La Lega di miglioramento delle donne confluì successivamente nella Lega del lavoro di cui divenne una sezione. Nel 1906 (Per le donne operaie, LAV, 1906, n. 6, 17.6, p. 1) i fini della sezione femminile vennero così indicati: a) mutuo soccorso per i casi d'infermità, di parto, d'infortunio, di morte; b) piena e intera responsabilità alle donne nella direzione
del loro movimento. Sul piano politico la Lega chiese il voto alle donne, e nelle loro lotte sindacali esse vennero aiutate
anche con sottoscrizioni (v. INTRIERI, Politica e società, cit., pp. 241-244).
22   I DEMOCRATICI CRISTIANI DI COSENZA, La Lega del lavoro, VC, 1901, n. 20, 25.5, p. 1.
23   Per la Lega del lavoro, VC, 1901, n. 23, 16.6, p. 2.
24   De Cardona riteneva essenziale l’educazione degli operai, per aiutarli a superare l’abitudine a <<farsi i fatti>> loro e a formarsi alla solidarietà sociale nello spirito di Gesù Cristo (Cose pratiche, VC, 1900, n. 40, 11.11, p. 4). Per la loro ignoranza gli operai non guardavano oltre la loro casa e venivano sfruttati, perciò <<bisogna prima di tutto educare i
figli del popolo in modo che abbiano intera e viva la coscienza della loro dignità e quindi del dovere che incombe a ogni uomo di considerarsi membro della famiglia e insieme della classe, della nazione, dello Stato, della intera società>> (Oltre la casa, VC, 1901, n. 6, 10.2, p. 4).
25
   GLI OPERAI DEL FASCIO DEMOCRATICO CRISTIANO DI COSENZA, La Lega del lavoro. Manifesto agli operai della provincia di Cosenza, VC, 1901, n. 24, 23.6, p. 1.
26   Giustizia e prudenza, VC, 1901, n. 27, 14.7, p. 2. Non sono riuscito a rinvenire l'articolo a cui replica De Cardona, per cui il nome dell'articolista resta ignoto.
27   La lega del lavoro in Cosenza, "Cronaca di Calabria", 1901, n. 30, 25.7, p. 2.
28   Clericali e liberali, "La Lotta", 1901, n. 23, 27.8, p. 1.
29Clericali e liberali, "Cronaca di Calabria", 1901, n. 35, 29.8, p. 1.
30   G. LEPORACE, Il pericolo nero, "Il Domani", 1901, n. 31, 27.8., p. 1.
31   Ampi servizi e commenti sulla manifestazione vennero pubblicati da tutti i giornali cosentini del tempo: "Il Domani","La Lotta", "Cronaca di Calabria" ecc. L’eco del periodo è conservato in una lapide ancora oggi esistente, collocata a lato del teatro comunale “Rendano”, sulla quale è scritto: <<XX settembre MDCCCLXX. Questa data politica dice finita la teocrazia negli ordinamenti civili, il dì che la dirà finita moralmente sarà la data umana>>. La frase è di Giovanni Bovio (Il XX settembre a Cosenza, “Il Domani”, 1901, n. 35, 24.9, pp. 1-2).
32   NEREO, I miseri fraticelli??!!, "Cronaca di Calabria", 1902, n. 43, 1.6, pp. 1-2.
33
   G. PROCACCI, La Lotta di classe in Italia agli inizi del secolo XX, Roma 1970, pp. 144-145, citato da G. MASI, Socialismo e socialisti, cit., pp. 58-59.
34   Masi definisce <<esasperato dottrinarismo>> la posizione dei socialisti cosentini del tempo (MASI, Socialismo e socialisti, cit., p. 117).
35   P. ROSSI, La chiesa e la quistione sociale, "La Lotta", 1895, n. 37, 24.8, p. 2.
36   P. ROSSI, La parola alla democrazia, "Rassegna socialista", 1893, n. 6, p. 65, citato da C. CARRARA, La stampa periodica cosentina dal Risorgimento alla 1a guerra mondiale, Il Campo, Trieste s.d., p. 191.
37   Dopo il venti settembre, VC, 1901, n. 36, 23.9, p. 2.
38   Dott. P. Rossi, Il nostro dovere!, “Il Domani”, 1901, n. 36, 1.10, p. 1.
39   Si avverta bene, VC, 1901, n. 38, 8.10, p. 1.
40   Il programma socialistico, VC, 1901, n. 41, 30.10, p. 2. Cfr. Dott. Pasquale Rossi, All’opra!, “Il Domani”, 1901, n.
39, 22.10, p. 1.
41   Cronaca cittadina, VC, 1901, n. 47, 8.12, pp. 2-3.
42   I giovani preti, VC, 1902, n. 22, 23.6, p. 2.
43   La realtà, VC, 1902, n. 27, 4.8, p. 1. Su "Fede e civiltà" cfr. A. DENISI, Un periodico regionale delle diocesi di Calabria: "Fede e civiltà" , cit., pp. 57-100.
44   Il bene delle cooperative, VC, 1902, n. 39, 25.11, p. 1.
45   Per il riposo festivo, VC, 1902, n. 20, 9.6, p. 2; Echi di un comizio, VC, 1902, n. 21, 16.6, p. 3.
46   Capitale e lavoro, VC, 1902, n. 21, 16.6, pp. 1-2.
47   Vexata quaestio, VC, 1902, n. 44, 18.11, p. 1.
48   Azione cattolica diocesana, VC, 1903, n. 2, 31.1, p. 3.
49   Azione cattolica diocesana, VC, 1903, n. 5, 23.2, p. 3.
50   Convegno democratico cristiano, VC, 1903, n. 12, 21.4, p. 3.
51   Corrispondenze, VC, 1903, n. 21, 7.7, p. 3.
52   Su Antonio Cundari (1876-1965, Cosenza), avvocato, docente di lingua francese, primo sindaco cattolico di Cosenza, a lungo presidente della Giunta diocesana di Azione cattolica, cfr. L. INTRIERI, Cundari Antonio, in Dizionario storico del movimento cattolico, cit., vol. III-1, pp. 272-273; ID., Cundari Antonio, in SINODO DIOCESANO 1994, Nella vigna del Signore, Progetto 2000, Cosenza 1994, pp. 28-29.
53   Lega del Lavoro, VC, 1905, n. 4, 4.2, p. 3.
54   Vedete le opere, VC, 1902, n. 38, 17.11, pp. 1-2.
55   Vipere!, VC, 1902, n. 23, 29.6, p. 3.
56   Quel che fanno e ... quel che faranno, VC, 1902, n. 28, 11.8, pp. 2-3.
57   Il socialismo italiano, VC, 1902, n. 32, 21.9; p. 1.
58   Un comizio elettorale, VC, 1903, n. 9, 29.3, p. 1.
59   C. DE CARDONA, Fatto personale, VC, 1903, n. 9, 29.3, p. 1.
60   La percentuale d'interesse richiesta dagli usurai era molto varia e veniva riscossa in vario modo. Ad esempio, si prestavano 20 lire per 15 giorni e si chiedevano 15 centesimi al giorno di interesse (1800% annuo); per due tomoli di grano prestati al momento della semina se ne chiedevano tre al momento della raccolta (50%) oppure si chiedevano
delle prestazioni gratuite di mano d'opera (L'usura, LAV, 1907, n. 34, 14.9, p. 2). Le casse rurali, invece, chiedevano il 5% annuo e altrettanto era chiesto dalla Cassa di risparmio di Calabria e dalla Banca popolare cosentina (I nemici delle casse rurali, LAV, 1906, n. 22, 9.6, p. 1; Cassa di risparmio di Calabria citeriore, VC, 1901, n. 34, 12.9, p. 3; Banca
popolare cosentina
, VC, 1902, n. 8, 24.2, p. 3).
61   G. TAMAGNINI, Le Casse rurali, Edizioni de "La rivista della Cooperazione", Roma 1952, pp. 28-31. La prima banca popolare italiana venne costituita a Lodi il 23 marzo 1864 da Luigi Luzzatti (ibid., pp. 89-90).
62   Per lo sviluppo della cooperazione in Calabria cfr. L. INTRIERI (a cura), La cooperazione in Calabria dal 1883 al 1950 (Atti del convegno di studio organizzato dalla Fondazione Guarasci, Cosenza 7.5.1988), Pellegrini, Cosenza 1990.
63   Friedrich Wilhelm Raiffeisen (1818-1888), borgomastro di Weyerbuch, dopo la grave crisi agraria del 1846-47 aveva promosso il cooperativismo agricolo in Germania non solo come strumento economico, ma anche come mezzo di elevazione morale.
64   TAMAGNINI, Le Casse rurali, cit., pp. 31-34.
65   TAMAGNINI, Le Casse rurali, cit., p. 89.
66   F. DI DOMENICANTONIO, Casse rurali e sviluppo agricolo nel Lazio dalla crisi agraria alla seconda guerra mondiale, "Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia", 1985, n. 1, gennaio-aprile, p.9, nota 22. Il giornale diocesano di Cosenza "La Voce cattolica" (Per l'azione cattolica, 1900, n. 4, 5.2, p. 3) riportò una circolare del Paganuzzi, presidente dell'Opera dei Congressi, nella quale si affermava: <<per l'intento comune di dar gloria a Gesù Cristo e alla Santa Sede [...] raccomandiamo specialmente le seguenti: 1. Società operaie con o senza mutuo soccorso. 2. Casse rurali di depositi e prestiti. 3. Casse parrocchiali ancora in via di esperimento. 4. Banche di credito agricolo commerciale. 5. Unioni agricole per acquisti collettivi. 6. Unioni rurali. 7. Società di assicurazioni. 8. Segretariato del popolo. 9. Cooperative di consumo, specialmente per gli operai delle industrie. 10. Unioni, sindacati,
corporazioni professionali. 11. Conferenze sociali popolari. 12. Intervento per comporre dissidi fra padroni e operai.>>
67
   TAMAGNINI, Le casse rurali, cit., p. 111.
68   G. DE ROSA, Storia del movimento cattolico in Italia. Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Laterza, Bari 1966, p.189.
69   Già nel 1897 esistevano in Italia 904 casse rurali, di cui 125 ispirate dal Wollemborg e 779 ispirate da don Cerutti (TAMAGNINI, Le casse rurali, cit., pp. 100-101)
70   DE ROSA, Storia del movimento, cit., p. 188.
71Atti del I. congresso cattolico, cit., pp. 97-114.
72 R. LIBERTI, Il cooperativismo nella Piana di Gioia Tauro dal 1883 al 1950, in L. INTRIERI (a cura), La cooperazione in Calabria dal 1883 al 1950 (Atti del convegno di studio organizzato dalla Fondazione Guarasci, Cosenza 7.5.1988), Pellegrini, Cosenza 1990, pp. 125-184; F. MAGGIONI SESTI, La cooperazione a Reggio Calabria dal 1880 al 1950, ibid., pp. 185-246.
73   (srt), La pratica della D.C., VC, 1902, n. 6, 9.2, p. 2.
74   (srt), La pratica della D.C., VC, 1902, n. 8, 24.2, p. 2.
75   Lo statuto tipo delle associazioni locali aderenti alla Lega del lavoro, nella edizione del 1905, fornisce un'idea precisadei fini e delle attività della Lega stessa. Lo pubblichiamo integralmente:<<Art. 1. Si è costituita in      .......................  un'associazione di artigiani e agricoltori, che ha lo scopo: 1° l'educazionecristiana e civile del popolo; 2° l'aiuto scambievole e il miglioramento economico dei soci; 3° la rappresentanzaorganica del lavoro e la difesa dei suoi dritti.Art. 2. I principali mezzi con cui l'associazione si sforzerà di raggiungere il suo scopo, sono: 1° la diffusione della coltura; 2° l'impianto e il retto funzionamento delle varie forme di cooperative con carattere di classe e con finalità economica; 3° l'organizzazione interna di gruppi professionali per le diverse arti e mestieri.Art. 3. Possono essere ammessi a far parte dell'associazione i soli lavoratori di buona condotta, che abbiano raggiunto il18° anno di età, e accettino di osservare integralmente le norme del presente statuto.Art. 4. I socii sono obbligati a versare una quota mensile di centesimi trenta, con cui sarà costituito un fondo di cassa,che servirà: 1° come fondo generale di previdenza per i casi d'invalidità al lavoro; 2° per le spese che l'associazione dovrà sostenere nello sviluppo della sua vitalità.Art. 5. Ogni socio, dopo un anno dalla regolare iscrizione alla società, acquista il diritto di chiedere ed ottenere, in caso di invalidità al lavoro, un sussidio giornaliero di centesimi cinquanta per il tempo della sua invalidità. Tale sussidio non può durare più di un mese - oltre il quale si può ottenere un sussidio straordinario ad equo giudizio del Consiglio. Art. 6. Non ha dritto al sussidio di cui all'art. 5 il socio che non ha ancora versato la quota del mese che precede immediatamente quello della sua invalidità. E non si riconosce l'infermità che il socio aveva prima di entrare nel sodalizio, o che è stata causata da stravizii, o che non si è potuto provare con regolare certificato medico. Art. 7. Un socio che vien meno ai suoi doveri può essere espulso dalla società e non ha dritto a rimborsi. Art. 8. L'Associazione è governata da un Consiglio composto: da cinque a dieci delegati eletti dall'assemblea generale, dai delegati e rappresentanti delle sezioni o gruppi che si costituissero nell'associazione medesima. Il Consiglio nomina nel suo seno un presidente - che è il presidente dell'associazione -, un segretario e un cassiere. Si rinnova per intero ogni anno.
Art. 9. Appartiene al Consiglio: 1° Amministrare il fondo di cassa (art. 4); 2° distribuire i sussidii (articoli 5 e 6); 3°ammettere o espellere i socii; 4° promuovere e sostenere l'attuazione degli istituti e delle opere che dian luogo allo sviluppo dell'associazione. Art. 10. L'associazione aderisce alla Lega del lavoro della Provincia di Cosenza: ne accetta lo Statuto fondamentale, e si dichiara solidale con la Lega medesima nel programma di organizzazione e di elevazione morale, civile, economica delle classi lavoratrici. Perciò essa prende il nome di Lega del lavoro - Sezione di Art. 11. La Sezione nominerà ogni anno un suo Rappresentante al Consiglio Centrale della Lega residente a Cosenza; e col mezzo del Rappresentante comunicherà col Consiglio Centrale medesimo, per tutte le quistioni che sorgessero in mezzo alla Sezione, per tutte le iniziative che fossero proposte. Le decisioni del Consiglio Centrale saranno fedelmente eseguite.
Art. 12. E' in facoltà dell'Assistente Ecclesiastico della Lega nominare un sacerdote che assista in sua vece la Sezione, ne promuova il bene, ne impedisca il male con la sua autorità e coi suoi suggerimenti.>> (Lega del lavoro, Libretto di riconoscimento, Tipografia della Lotta, Cosenza 1905, pp. 3-5).
76
   Archivio notarile distrettuale di Cosenza, Notaio Francelli, atto n. 873 del 19.1.1902. Dopo l'omologazione, la cassa rurale venne iscritta nel registro delle società del Tribunale di Cosenza al n. 33.
77
   Per la propaganda. Aiutiamo i contadini, VC, 1902, n. 24, 7.7, pp. 1-2.
78   Il bene delle cooperative, VC, 1902, n. 39, 25.11, p. 1.