Ho letto con la curiosità di chi ha traccia costante intellettuale e di affetto della autrice del romanzo/mondo “L’inattesa fragilità della roccia”.
Ha incoraggiato la scrittura senza intoppi e non preoccupata dell’effetto nel lettore di ciò che di più intimo sarebbe riuscita a suggerire, tanta suggestione offriva il modo di rappresentare gli accadimenti, a volte in magiche divinazioni, apparentemente casuali e tuttavia segnati dal filo tenue che intreccia una vita vera.
Alla presentazione del libro non ancora da me letto, ben condotto dalla moderatrice, avevo osservato all’Autrice che dalla sua esposizione spiccia e non decorativa si presentasse ben visibile una delle protagoniste: “la Casa” e le sue orme di memoria tanto da essermi domandato dove e cosa fosse per Lei la “Casa”, quale idea di essa ne avesse. Una risposta me la ero data ed in effetti non credo che la protagonista ne avesse, errante e nomade nel suo ciclo vitale, pur con il lieve peso del guscio sulle terga tanto simile a quello di una chiocciola.
Il “Lupo Mannaro” mi ha interessato, quello delle paure della protagonista, ricevute dagli altri come a tutti potrebbe capitare, ma anche della tenerezza del contatto vero con una persona sofferente piegata dall’aspetto mostruoso ma rivolto all’umano, meritevole di un abbraccio fraterno.
E l’altra figura protagonista, anch’essa da abbracciare con la discrezione della purezza è quella di Francesco, come in uno specchio non tradendo, traduce la realtà senza i trucchi caleidoscopici del marito o perfino del figlio.
La narrazione fa immaginare non finisca con lo scorrere della lettura, anzi la parte del mondo di Caterina ancora non scritta, Federica possa, chissà, coraggiosamente offrirla, senza complicazioni psicoanalitiche che la protagonista avrebbe pure potuto indurre.