Intervento di Franco Petramala alla premiazione alla carriera del Dott. Franco Plastina del 16 aprile nella Sala del Consiglio Comunale di Cosenza

di Franco Petramala
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Un grazie all’Assessore Frammartino per l’opportunità di testimoniare la vita professionale e l’orgoglio dell’essere medico di Franco Plastina, carismatico Primario di Cardiologia dell’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza. Sia quando le modalità organizzative dell’Ospedale erano deficientarie e piuttosto rabbrecciate a causa di un utilizzo a volte improprio, sia quando sono state create condizioni di esercizio molto più consoni al quale egli stesso ha partecipato, in qualche nodo scommettendo con i suoi costanti suggerimenti per la riuscita dell’impresa. In quella impresa sempre presente in prima linea, consapevole di una occasione da non perdere per il bene comune, insieme a tanti volenterosi e valenti sanitari e parasanitari. 

Lo conoscevo dapprima del nostro incontro in Ospedale, tuttavia senza frequentazione personale e di ciò mi dolgo, al tempo dei Cineforum che egli organizzava ed ai quali partecipavo, espressioni di comunicazione comunitaria che raccoglieva interessi e suscitava curiosità per la lettura critica dei film. Da quel primo incontro in Ospedale, io Direttore Generale, fui colpito dall’anelito a provvedere in favore del bene comune, non dismesso allorchè fu completata la fase di suo più diretto interesse di Primario. Proseguì lo stesso suo entusiasmo per l’organizzazione logistica ed organizzativa dell’intero Ospedale.

L’Indignarsi era per Franco un dovere civico al tempo dei problemi, senza alcuna prudenza, così come espresso era il compiacimento al tempo dei successi e poi ancora l’indignazione al tempo della caduta inopinata di quella gestione, tinta di incomprensibile ingiustizia di un sistema complessivamente depresso che interruppe quella fase fortunata.

A volte la gratitudine diventa un peso, non certamente nel caso di Franco Plastina. Dalla gratitudine dei pazienti, dei suoi valenti e dediti collaboratori, di quelli di più antica frequentazione a quelli neo assunti nel 1993 con un concorso, la cui commissione era da lui presieduta con Luigi Vigna, che ha dato risultati straordinari, realizzandosi la selezione di ben otto cardiologi che oggi, con merito, rendono la cardiologia dell’Annunziata e dell’Asp di Cosenza una struttura di prestigio. Come non ricordare Francesco Greco oggi Primario dell’Annunziata, Antonello Talarico, qui presenti, Maria Teresa Manes oggi stimata Primario di Paola, Emanuele Battista, Roberto Caporale, Salvatore Mazza, Oscar Serafini, Massimo Rizzo. E poi già nella equipe Giovanni Bisignani affermato Primario di Castrovillari, l’ottimo Aiuto Franco Boncompagni, Gianfranco Mesoraca, l’Emodinamista Ferdinando Fascetti, Franco De Rosa, Nicola Venneri, Antonio Calvelli, Alfonso Summaria, Antonino Paci, il Personale parasanitario tra cui Dora…………… e ……………Turano.

Ma non voglio esaurire il mio intervento al contesto agiografico.      

Carissimo Franco, due giorni fa ho partecipato ad una conferenza del prof Mimmo Cersosimo sul tema della Calabria: una Regione, due Società. Alla fine le conclusioni sono state di sconcerto per una Regione senza prospettive. Tanto da essere tentati di chiosare quel titolo. Una Regione e tante Società o meglio una Regione senza Società.

La espressione è della signora Thatcher Primo Ministro inglese del 1987, richiamata da Cristophe Guilluy, a commento di una ricerca sulla fine della classe media occidentale, probabilmente unico parametro sociologico unificante delle dinamiche delle società di oggi specialmente dopo la globalizzazione.

In quella espressione c’è il richiamo alla necessità che l’individuo surroghi autonomamente funzioni del pubblico nella prospettiva di società in sviluppo. In effetti la classe media, meglio la parte di classe media del “mondo di sopra” come egli la definisce, non si è dissolta secondo un “comodo” luogo comune; ha solamente “scelto di prendere il volo e di accelerare il suo processo di arroc­camento”.

Nessuna voglia perciò di prendere in carico gli interessi della classe media di sotto, nel frattempo più o meno proletarizzata. Nessuno sforzo di condividere valori e progetti di progresso e così tutto si avvia ad un insieme caotico dove maggioranze e minoranze sono pochissimo riconoscibili: la classe media di sopra fa fatica a misurarsi con il sociale, sfugge al confron­to favorendo la pervasività del populismo.

Si può così spiegare che le aree periferiche (bisognose di tutto…), votino, quando votano, proposte populiste o semplicemente e vagamente “esigenziali”. Non ci si può lamentare se la risposta alla secessione della classe media di sopra sia la caotica mescolanza di forme di democrazia diretta con le esigenze di argini alla corruzione dilagante in ogni dove e con ritorni a sovranismi suggestivi.

E’ che la dispersione delle classi popolari, unita alla tendenziale se­cessione della classe media di sopra, non crea soluzioni politiche, crea la dissoluzione della società reattiva. In questo senso è attendibile la espressione lessicale corretta Ma, la Società non esiste davvero.…più ? ? ed al suo posto cosa c’è?

In Calabria, poi, non ci sono effetti nemmeno se l’individuo attribuisca ogni responsabilità al Pubblico, che pure è la fonte della stragrande maggioranza del reddito (circa il 96% è di origine pubblica). Dovremmo concludere che in Calabria non vi sono due società, semplicemente la società non esiste. Sembra una invenzione lessicale paradossale che la inquietudine sul futuro suggerirebbe avvalorandola.

Tutto ciò che era bene comune si va affievolendo nella tendenza allo smantella­mento dello stato sociale, della scuola e della sanità innanzitutto, della piena occupazione, del welfare… per esempio), si ampliano le disuguaglianze sociali e territoriali, nel disinteresse egoistico della classe media di sopra che pur non governando direttamente provvede in qualche modo alle sue esigenze. Le elites si beano di avere favorito l’autonomia dei più umili, ma ciò non ha creato nuove dinamiche attive; il processo è come arenato o sospeso, il ceto medio di sopra non ha più elaborato culture efficaci e impegnate, con il solo effetto devastante di un “soft power” invisibile al mondo di sotto, senza una funzione reale e politicamente apprezzabile, ove riferito ad un progetto complessivo di so­cietà.

Private di ogni potere economico e politico, rese così precarie, le classi popolari sono destinate ad uscire dalla storia. E le elites, potendosi avvalere di strumenti di azione finanziaria e del privilegio del sapere più raffinato, rimangono isolate in un mondo desertificato, senza humus che produca alcunché.  

Mentre le politiche più efficaci non sono quelle che prendono in considerazione i bisogni, bensì quelle che “prendono in considerazione le paure”, da sempre potenti leve delle tirannie.

Le paure autentiche dei giovani e dei meno giovani, orientati a soccombere di fronte ai fantasmi” di un mondo più pericoloso che mai, che induce a nascondersi.

Forse un compito morale può essere riscoperto con facilità e riproposto da tutti, come ha annotato recentemente Jean Claude Hollerich sulla Civiltà Cattolica. “Sarebbe triste constatare che una generazione di adulti materialisti e consumi­sti non si preoccupi più dei propri figli!”. Il richiamo generico alle classi dirigenti ed al modo di organizzare la proposta politica non coglie il senso del dover essere.

Piuttosto è la presa di coscienza di una etica realizzata da atti di volontà forte, pur individuali, certamente forniti di sostegni morali e che si affidino a sè stessi e non a riconoscimenti improbabili, rischiosi perché testimone di un sistema che è “contro”. Nella Calabria attuale lo squilibrio generalizzato è affidato all’apparire ed alla vanità ed ogni giorno battezza, per così dire, il tema del non credere e quindi, una volta percepito che qualcosa può cambiare in meglio, ci si prepara a ricondurre le cose al peggio, riportando l’equilibrio del sistema sui “problemi e non sulle soluzioni”.  Si assiste così alle aggressioni da parte di strutture burocratizzate di ogni tipo, pronte a distruggere e a non riflettere sulla rilevanza di ciò che può realizzarsi per il bene comune. Di nessuno la colpa, si direbbe.  In qualche modo, caro Franco, il tuo grande merito è stato di essere riuscito a respingere i tentativi di impedirti di opporti al negativo per fare prevalere il positivo, poi da te raggiunto e trasferito anche alle generazioni future di professionisti. Ogni passo di vitalità è un atto di pura volontà, caro Franco, come è stato nella tua vita professionale quando cocciutamente non hai soggiaciuto alle pressioni in difesa di privilegi a me noti. La speranza è che esistendo una moltitudine di individualità che accettano il rischio, si mostrino all’unisono riconoscendosi, alla luce della testimonianza politica, rimanendo la chiave per un sistema in verticale che dia il senso del processo democratico verso l’alto, non per forza affidato unicamente ai partiti, al posto dell’appiattimento su un orizzontale impoverito e rassegnato. A dispetto della lenta agonia di una società priva di qualità, eternamente in attesa di interventi esogeni. Per tutto ciò questa sera festeggiamo la tua bella vita professionale confortevole.  

Franco Petramala

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