DE SENECTUDE 5.0 : PROVOCAZIONE PER UNA FILOSOFIA AGGIORNATA ED UN CAMBIO CULTURALE SUL “FINALE DI VITA”

di Nicola Candiano
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Siamo stati abituati a pensare che i termini “anziano” e “vecchio” fossero sinonimi o che, al più, si distinguessero per una sfumatura, collegata alle circostanze d’uso nell’indicare le persone avanti negli anni : con anziano ritenuto più “delicato” e vecchio più crudo e diretto,  con un’accezione vagamente negativa.

D’altra parte, basterà ricordare, che  anziano vale solo per le persone, mentre vecchio è riferibile anche agli oggetti.

Invece, oggi, si tende ad attribuire significati diversi ai due termini, specie nel  contesto socio-sanitario.

Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) si diventa (o si diventava) anziani a 65 anni.

E’ la soglia, superata la quale si è considerati “soggetti fragili”, quelli ai quali – per esempio – viene raccomandato di vaccinarsi contro l’influenza.

A dire la verità c’è chi non si è  mai sentito tale, né a 65 anni né oggi che ne ho 70-.

Si pensava fosse un atto di disperata resistenza all’idea, non avendo gli strumenti per contrastare l’autorevolezza dell’Organismo Mondiale.

Ed ecco che invece un giorno si scopro che quei  dubbi non erano proprio campati in aria.

Infatti la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (S.I.G.G.), sulla base di studi e dati empirici, e tenendo conto dell’incredibile innalzamento dell’aspettativa di vita, ha rivisto la classificazione, spostando notevolmente in avanti, a 75 anni, il traguardo (si fa per dire) dell’anzianità.

Per tali studiosi, apprezzati dagli interessati  per evidenti motivi, coloro che hanno tra 64 e 74 anni appartengono  alla nuova categoria dei “giovani anziani”, meraviglioso ossimoro; mentre per diventare vecchi occorrerà superare – ma senza fretta – gli 85 anni, dopo un decennio di anzianità piena.

Ciò significa, normalmente, uno scarto di circa 20 anni tra il pensionamento dal lavoro ed il distacco da una vita ragionevolmente attiva.

Al di là della più che consolatoria digressione analitica, rimane il problema dello spirito con cui affrontare in concreto la (pen)ultima stagione della vita, ovviamente se si è in buona salute : evitare la tentazione di sprofondare malinconicamente nel passato e restare immersi nel presente; avere uno sguardo sufficientemente lungo sul futuro.

La questione non è individuale, ma sociale, perché la generazione più avanti negli anni è ormai la più numerosa, con uno scarto che tende ad aumentare : oltre 15 milioni di persone, cioè un quarto della popolazione italiana, sono over 65.

I tempi cambiano e, ferma restando la validità delle speculazioni filosofiche sul tema da Cicerone a Bobbio, val la pena soffermarsi oggi sulle riflessioni di don Vincenzo Paglia nel suo libro “l’età grande”, nella quale si può essere <capaci di inventare, creare, generare il nuovo>. Nonostante l’A.I.?

Franco Petramala

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