
Papa Leone XIV e le questioni sociali oggi
di Mons. Francesco Savino
Il senso di un nome
Quando, la sera della sua elezione, Robert Francis Prevost ha annunciato di voler essere chiamato Leone XIV, non ha scelto un nome tra i tanti possibili: ha indicato una direzione. Egli stesso lo ha spiegato ai cardinali riuniti pochi giorni dopo il conclave, richiamando la Rerum novarum di Leone XIII: l’enciclica che, nel pieno della rivoluzione industriale, seppe cogliere le “cose nuove” del proprio tempo e illuminarle con il Vangelo e con la dignità del lavoro[1]. A distanza di oltre un secolo, il nuovo Pontefice ha scelto di collocarsi in quella stessa traiettoria: non per ripetere le risposte di allora, ma per interrogarsi, con lo stesso metodo, su quali siano le “cose nuove” che oggi interpellano la coscienza cristiana.
Hans Blumenberg, nella Legittimità dell’età moderna, ha mostrato come ogni epoca erediti dalla precedente non tanto risposte quanto posizioni vacanti, caselle rimaste aperte che reclamano di essere occupate da una risposta nuova, e la scelta del nome Leone mi pare esattamente questo, non un ritorno nostalgico alla Rerum novarum ma il riconoscimento che la posizione allora occupata da Leone XIII, quella di chi legge il conflitto strutturale del proprio tempo alla luce del Vangelo, è rimasta vacante troppo a lungo e chiede oggi un nuovo occupante.[2]
È una chiave utile per leggere l’intero magistero sociale di Leone XIV in questo primo tratto di pontificato: dall’esortazione apostolica Dilexi te sull’amore verso i poveri, al discorso ai movimenti popolari, dal messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 fino alla prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale. Sarebbe tuttavia un errore di prospettiva ridurre le questioni sociali affrontate da Leone XIV alla sola tecnologia. Il tema dell’IA occupa senz’altro un posto rilevante nella sua riflessione, ma è uno dei capitoli di un discorso più ampio, che tocca le disuguaglianze, la pace, le migrazioni, la cura della vita e della famiglia. È questo insieme, e non un singolo tassello, a restituire il volto sociale di questo pontificato.
Le disuguaglianze e il grido degli esclusi
Il 23 ottobre 2025, incontrando per la prima volta i movimenti popolari in Aula Paolo VI, Leone XIV ha scelto di guardare alle “cose nuove” non dal centro, ma dalla periferia. Mentre lo sguardo dominante associa la novità del nostro tempo all’intelligenza artificiale, alla robotica, alle criptovalute, il Papa ha ricordato che, per milioni di esclusi, la vera urgenza resta quella di sempre: terra, casa, lavoro[3]. Sono, ha detto, “diritti sacri”, per i quali vale la pena lottare, e ha voluto farlo con parole di piena condivisione verso chi quella lotta la conduce ogni giorno.
In quello stesso discorso il Pontefice ha offerto una delle sintesi più nette del suo pensiero sociale: se al tempo di Leone XIII il problema era lo sfruttamento del lavoro, oggi il volto nuovo dell’ingiustizia è l’esclusione. Il divario tra un’“esigua minoranza” e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale si è allargato in modo drammatico[4], mentre la disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate convive, paradossalmente, con il permanere di bisogni fondamentali insoddisfatti: cibo, casa, un lavoro dignitoso. È un’analisi che riprende e attualizza la denuncia della “cultura dello scarto” di Papa Francesco, applicandola alle nuove forme di marginalità prodotte da una globalizzazione mal orientata, capace – se non governata da un’etica della responsabilità – di aumentare povertà e disuguaglianze anziché ridurle.
Questo passaggio dallo sfruttamento all’esclusione ha una portata filosofica che merita di essere colta fino in fondo, perché lo sfruttato è comunque dentro il sistema, la sua fatica ha un valore riconosciuto anche se sottratto, mentre l’escluso è semplicemente superfluo, e Giorgio Agamben ha dato un nome a questa condizione, la nuda vita, quella vita che può essere abbandonata senza che nessuno commetta un reato, e la mia convinzione è che il Vangelo dica esattamente il contrario, che non esista nuda vita, che ogni esistenza sia già sempre vestita di una dignità che nessun sistema conferisce e nessun sistema può revocare.[5]
Questa attenzione non nasce da un’analisi sociologica astratta, ma da una convinzione teologica precisa, che Leone XIV ha sviluppato pochi giorni prima nell’esortazione apostolica Dilexi te, firmata il 4 ottobre 2025 e in larga parte ereditata dal progetto lasciato incompiuto da Papa Francesco. Il titolo, “Ti ho amato”, riprende le parole dell’Apocalisse rivolte a una comunità povera e priva di potere[6]. I poveri, scrive il Papa, non sono anzitutto oggetto della nostra compassione, ma volto stesso di Cristo e, per questo, maestri del Vangelo prima ancora che destinatari della carità della Chiesa. È un capovolgimento di prospettiva che orienta tutto il resto: non si tratta di “portare” Dio ai poveri, ma di riconoscerlo già presente in mezzo a loro.
Simone Weil scriveva che l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità, e che la capacità di chiedere a uno sconosciuto qual è il tuo tormento presuppone di riconoscerlo come essere umano e non come esemplare di una categoria sociale, e in questa frase mi pare condensato tutto ciò che Dilexi te vuole dire, perché riconoscere Cristo nei poveri non significa proiettare su di loro una figura teologica ma esattamente il contrario, significa smettere di proiettare, guardare finalmente ciò che c’è, che è la cosa più difficile e più santa che un essere umano possa fare.[7]
Alla radice di questa denuncia c’è un giudizio severo sulle cause strutturali della disuguaglianza, che Leone XIV non esita a definire, con parole di Papa Francesco fatte proprie, “la radice dei mali sociali”[8]. Ed è un giudizio che nel 2026 il Papa ha esteso anche all’ambito della salute, ricordando alla Pontificia Accademia per la Vita come la speranza di vita e la vita in salute delle persone dipendano ancora oggi, in modo scandaloso, dal livello di reddito, dal titolo di studio, dal quartiere in cui si nasce[9]. Le disuguaglianze, insomma, non sono soltanto economiche: attraversano la salute, l’istruzione, l’accesso alla giustizia, e chiedono risposte che tengano insieme conversione personale e riforma delle strutture.
La cura del creato: la casa comune ferita dalla guerra e dall’avidità
Il rapporto tra fede e cura del creato attraversa in filigrana l’intero pontificato di Leone XIV, e merita di essere isolato come capitolo a sé, perché il Papa lo tratta ormai non come tema settoriale o di nicchia, ma come chiave di lettura trasversale delle altre questioni sociali: la stessa crisi climatica, ha ricordato ai movimenti popolari, colpisce sempre e per prima i più poveri.
Nel messaggio per la X Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, il 30 giugno 2025, nel decimo anniversario della Laudato si’ e nel pieno del Giubileo, Leone XIV non usa mezzi termini: in diverse parti del mondo, scrive, la nostra terra sta ormai “cadendo in rovina”[10], per l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale, le disuguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Ne offre una lettura che rifiuta ogni riduzione puramente naturalistica: la giustizia ambientale, insiste il Papa, non è un concetto astratto né un obiettivo lontano, ma una questione di giustizia sociale, economica e persino antropologica[11], oltre che, per i credenti, un’esigenza propriamente teologica, radicata nella fede in un Dio che crea e redime ogni cosa in Cristo.
Colpisce, in questo messaggio, l’insistenza sul legame tra guerra e devastazione ambientale, un filo che Leone XIV avrebbe ripreso e approfondito l’anno successivo. Per la Giornata del Creato 2026 il Papa ha scelto come titolo una citazione del profeta Isaia sulle spade trasformate in vomeri e le lance in falci[12], per denunciare come il deterioramento ambientale sia, a un tempo, una grave violazione del dovere di custodire il creato e una minaccia di lungo periodo per la vita di centinaia di milioni di persone. La consapevolezza ormai diffusa dei molti legami tra conflitti armati e risorse naturali, osserva il Pontefice, non si è ancora tradotta in istituzioni adeguate né in decisioni capaci di prevenire le guerre e risolvere pacificamente le controversie.
È lo stesso nesso che Leone XIV ha richiamato, in forma più diretta e quasi programmatica, salutando l’avvio della Settimana Laudato si’ 2026, alla vigilia della quale ha affermato che “la cura per la pace è cura per la vita”[13], osservando come le guerre degli ultimi anni abbiano rallentato il cammino intrapreso per un’ecologia integrale. Non è un’endiadi retorica: nella visione del Papa i conflitti sottraggono risorse, attenzione e istituzioni alla cura della casa comune, mentre la crisi climatica, colpendo prima e più duramente i più fragili, produce a sua volta nuove migrazioni, nuove tensioni sulle risorse, nuove ragioni di conflitto. È un circolo che si autoalimenta – disuguaglianza, guerra, devastazione ambientale, nuova disuguaglianza – che soltanto una conversione integrale, insieme ecologica, sociale e spirituale, può spezzare.
Hans Jonas, nel Principio responsabilità, ha formulato un imperativo che integra e corregge quello kantiano, agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra, e la sua intuizione decisiva riguarda l’asimmetria temporale della responsabilità, il fatto che noi possiamo agire su generazioni che non potranno mai reagire né chiederci conto, e proprio questa asimmetria, che rende la responsabilità verso il futuro strutturalmente non reciproca, la avvicina alla logica della grazia, perché anche la grazia è un dono che non può essere restituito a chi lo ha fatto ma soltanto trasmesso a chi verrà.[14]
Non stupisce, allora, che anche l’enciclica Magnifica humanitas, pur dedicata all’intelligenza artificiale, non taccia su questo fronte. Tra le eredità della dottrina sociale che Leone XIV richiama esplicitamente come patrimonio comune dei suoi predecessori figura proprio la cura del creato[15], e nel terzo capitolo il Papa segnala senza reticenze l’impronta ambientale delle nuove tecnologie, che richiedono enormi quantità di energia e di acqua, incidono sulle emissioni climalteranti e finiscono, ancora una volta, per gravare sul creato e su chi ha meno strumenti per difendersene[16]. Anche la rivoluzione digitale, insomma, è chiamata a rispondere del proprio impatto sulla casa comune, e non può essere pensata come una questione a sé, separata dalla cura del creato e dalla giustizia verso i più poveri.
Una pace disarmata e disarmante
Se le disuguaglianze sono il primo grande capitolo del magistero sociale di Leone XIV, la pace ne è il secondo, e forse il più insistito. Fin dalla sera della sua elezione, affacciandosi alla Loggia delle Benedizioni, il nuovo Vescovo di Roma ha scelto come primo saluto al mondo le parole del Risorto: “La pace sia con voi”. È un annuncio a cui è tornato, sviluppandolo, nel Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, dedicato a una pace che Leone XIV definisce “disarmata” e insieme “disarmante”, umile e perseverante, perché non nasce dalla forza ma dall’amore incondizionato di Dio[17].
Il Messaggio non si ferma a un’esortazione spirituale: legge con lucidità un mondo in cui la preparazione al conflitto sembra essere diventata quasi un dovere morale, mentre il dialogo appare la via debole; un mondo segnato dalla crescita delle spese militari e da un uso della paura come criterio delle relazioni internazionali. Leone XIV mette in guardia anche dal rischio che la fede stessa venga trascinata nello scontro, trasformando pensieri e parole in armi, e chiede ai credenti una testimonianza capace di smentire, con la vita, ogni giustificazione religiosa della violenza.
Paul Ricœur, nelle ultime pagine di Ricordare, dimenticare, perdonare, parla di un perdono difficile che non cancella il debito ma lo scioglie, e distingue con finezza tra l’amnistia, che è amnesia istituzionalizzata e dunque una ferita che si infetta sotto la crosta, e il perdono autentico, che richiede la memoria esatta di ciò che è accaduto, e questa distinzione mi sembra decisiva per capire cosa significhi una pace disarmata, perché essa non chiede ai popoli di dimenticare le proprie ferite, chiede loro qualcosa di molto più esigente, di ricordarle senza lasciare che siano le ferite a scrivere il futuro.[18]
Questa stessa visione ha trovato voce, pochi mesi dopo, in una sede del tutto inedita per un Pontefice: l’aula del Congresso dei Deputati spagnolo, l’8 giugno 2026, dove Leone XIV ha affermato che la pace non è soltanto un’aspirazione politica, ma una vera e propria esigenza morale[19]. Davanti ai parlamentari il Papa ha espresso preoccupazione per il ritorno del riarmo, presentato in molte parti del mondo e in Europa come risposta quasi inevitabile alla fragilità internazionale, ribadendo che la sicurezza autentica nasce non dalle armi, ma dalla giustizia, dal dialogo paziente e dal rispetto del diritto internazionale. Ha aggiunto un rilievo che dialoga direttamente con la sua enciclica sull’intelligenza artificiale: anche l’uso militare delle nuove tecnologie richiede una vigilanza etica rigorosa, perché le decisioni sulla vita e sulla morte non possano mai essere delegate ad automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona.
Max Weber aveva distinto la razionalità rispetto allo scopo dalla razionalità rispetto al valore, avvertendo che la prima, quando si emancipa dalla seconda, produce quella gabbia d’acciaio in cui i mezzi diventano perfetti e i fini si dissolvono, e mi pare che l’espressione ottimizzare la guerra sia la formula più nitida di questa deriva, perché dice che abbiamo smesso di chiederci se la guerra debba esistere e ci limitiamo a chiederci come renderla più efficiente, e proprio qui la fede compie il suo gesto più sovversivo, riportando dentro il calcolo la domanda che il calcolo aveva espulso, la domanda sul fine, che nessuna ottimizzazione potrà mai porre a se stessa.[20]
Spicca, in questo intervento, l’invito a “disarmare il linguaggio” prima ancora degli arsenali: la fermezza, ha detto il Papa, non esige disprezzo, e il dissenso non comporta umiliazione dell’avversario. È un tassello importante della sua visione della pace, che non riguarda soltanto i rapporti tra Stati, ma la qualità stessa della convivenza democratica, minacciata dalla polarizzazione e da una cultura dello scarto che colpisce anche il dibattito pubblico.
Le migrazioni come questione di dignità
Nello stesso discorso al Parlamento spagnolo, Leone XIV ha affrontato con altrettanta chiarezza il tema delle migrazioni, definendolo un dramma che interpella la coscienza delle nazioni e il fondamento etico stesso dell’ordine internazionale[21]. Ha insistito su un punto che ricorre in tutto il suo magistero: la realtà migratoria non si lascia ridurre a una lettura puramente demografica o economica, perché dietro ogni numero ci sono persone costrette, spesso da circostanze drammatiche, a lasciare le proprie comunità, gli affetti, le storie di una vita.
Da qui una duplice indicazione, che il Papa ha voluto tenere insieme senza contrapporle: il diritto degli Stati a proteggere i propri confini e il dovere morale di offrire accoglienza, vie sicure e legali, reali possibilità di integrazione.
A questo si affianca il diritto, altrettanto fondamentale, a non essere costretti a emigrare: nessuno dovrebbe dover lasciare la propria terra per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche o per gli effetti della crisi climatica. Un’indicazione che il Papa aveva già anticipato, in termini più diretti, davanti ai movimenti popolari, denunciando come inaccettabile che i migranti vulnerabili vengano trattati alla stregua di scarti anziché di esseri umani[22].
Emmanuel Lévinas, in Altrimenti che essere, spinge l’etica del volto fino a una formula che scandalizza il senso comune, dicendo che il soggetto è ostaggio dell’altro, che la responsabilità mi precede e non nasce da una mia scelta ma da una chiamata che ho già ricevuto prima di poter decidere se accoglierla, e la forza dirompente di questa idea sta nel fatto che essa rovescia la domanda che di solito ci facciamo sulle migrazioni, perché la questione non è quanti possiamo accoglierne ma da quando siamo già responsabili, e la risposta di Lévinas è che lo siamo da sempre, da prima di aver contato.[23]
Criminalità organizzata, dipendenze e la dignità di chi ha sbagliato
Nel capitolo delle disuguaglianze non entra soltanto chi subisce l’ingiustizia, ma anche il modo in cui la società risponde a chi la produce. Su questo terreno Leone XIV ha offerto, il 15 maggio 2026, uno degli interventi più densi del suo magistero sociale, rivolgendosi ai parlamentari riuniti nella Sala Clementina per la Seconda Conferenza Interparlamentare sulla lotta alla criminalità organizzata nella regione OSCE, dedicata in particolare al contrasto del narcotraffico[24]. È un tema che tocca da vicino una terra come la Calabria, dove la criminalità organizzata si è da tempo insediata come uno degli attori economici più efficaci proprio nell’intercettazione di risorse pubbliche e nei traffici illeciti.
Il Papa ha fissato, in poche righe, un principio che vale da bussola per l’intero intervento: nessuna società può dirsi davvero giusta e duratura se a restare sovrana non è la legge, ma la volontà arbitraria di singoli individui o gruppi, per quanto potenti[25]. Prevenzione del crimine e giustizia penale, ha insistito, devono procedere insieme, perché l’autentica attuazione dello Stato di diritto resta indispensabile per lo sviluppo umano integrale.
È nel passaggio successivo, però, che il discorso mostra la sua originalità più propriamente evangelica: la stessa dignità inalienabile della persona che fonda la lotta al crimine organizzato vale anche per chi il crimine lo ha commesso, ed esclude perciò, senza eccezioni, il ricorso alla pena di morte, alla tortura, a ogni forma di punizione crudele o degradante[26]. La giustizia penale, per essere autentica, non può accontentarsi della sola punizione: deve aprirsi a percorsi di perseveranza e di misericordia, capaci di condurre alla rieducazione e al pieno reinserimento sociale di chi ha sbagliato.
Hannah Arendt, in Vita activa, colloca il perdono tra le facoltà costitutive dell’agire umano, accanto alla promessa, e ne dà una giustificazione che non è sentimentale ma strettamente politica, perché senza il perdono resteremmo prigionieri per sempre delle conseguenze irreversibili di un solo atto, incapaci di ricominciare, e ai suoi occhi è significativo che sia stato Gesù di Nazareth a scoprire il ruolo del perdono nella sfera degli affari umani, cioè non un legislatore né un filosofo ma un uomo che ha praticato quel gesto prima di teorizzarlo, e questa osservazione, fatta da una pensatrice ebrea e non credente, resta una delle testimonianze più alte sulla portata civile del Vangelo.[27]
Un’attenzione particolare è riservata, nell’intervento, a chi vive la dipendenza dalle droghe, definita senza mezzi termini una forma di schiavitù, da spezzare con programmi realmente multidisciplinari: cure mediche, sostegno psicologico, riabilitazione continuativa, capaci di superare tanto le misure puramente repressive quanto le soluzioni permissive, incapaci le une e le altre, da sole, di restituire alla persona la pienezza della propria dignità[28]. E poiché la miglior lotta al crimine comincia a monte, il Papa ha insistito sull’educazione come infrastruttura di prevenzione, da coltivare anzitutto in famiglia e rafforzare a scuola, in un tempo in cui i social media diffondono spesso una disinformazione che banalizza i rischi delle sostanze stupefacenti. A questo compito comune, ha concluso, la Chiesa cattolica offre la propria lunga esperienza di accompagnamento delle persone dipendenti, mettendola a disposizione delle istituzioni civili in un rapporto di cooperazione e responsabilità condivisa.
La cura della vita e dei più fragili
A Madrid Leone XIV ha toccato anche il tema della vita umana, definendone la difesa non una questione di parte, ma una vera “meta di civiltà”[29]: ogni esistenza, dal concepimento al suo naturale tramonto, merita di essere riconosciuta e custodita, e la grandezza morale di una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura di chi è più fragile, il bambino non ancora nato come l’anziano, il malato come chi dipende interamente dalla cura altrui. Accanto alla vita, il Papa ha posto la famiglia, definita fondamento naturale della comunità e scuola di umanità, il luogo in cui si impara la grammatica elementare della convivenza.
Anche su questo terreno il Pontefice tiene insieme dimensione personale e responsabilità collettiva: la cura dei più deboli non è delegabile soltanto alla sensibilità individuale, ma chiede politiche, leggi, istituzioni capaci di mettere la persona, e non il profitto o l’efficienza, al centro delle proprie decisioni.
A dare carne e concretezza a questa visione è un incontro apparentemente laterale nell’agenda di un pontificato, ma in realtà assai rivelatore: quello con i membri dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, il 9 maggio 2026. Rivolgendosi a malati, familiari e “curanti”, Leone XIV ha parlato di un’“alleanza terapeutica” capace di incarnare lo stile stesso di Gesù verso chi soffre[30], e ha riconosciuto ai malati stessi un ruolo che potremmo dire profetico: testimoniare ogni giorno, con fede e coraggio, che la bontà e il valore della vita restano più grandi della malattia, e che le sue stesse sfide possono diventare occasioni di dare e ricevere amore.
In quell’occasione il Papa ha insistito su un aspetto che la sola enunciazione dei principi rischia di lasciare in ombra: la prossimità fisica, la vicinanza territoriale, la presenza “presso le abitazioni dei sofferenti”, perché la cura della salute richiede, oltre a organizzazione e competenza, presenza reale accanto alla persona nelle sue dimensioni biologica, psichica e spirituale. Il volontariato, ha detto, mette in circolo solidarietà e rispetto e risponde “con gesti di cura alla cultura dello scarto e della morte”[31]. È un’espressione che salda esplicitamente la cura dei malati alla stessa “cultura dello scarto” denunciata a proposito degli esclusi e dei migranti, mostrando come, nella visione di Leone XIV, non esistano periferie minori: chi è ammalato, chi accompagna, chi si prende cura, appartengono allo stesso popolo di frontiera a cui il Vangelo chiede attenzione privilegiata. Nessuno, ha detto ancora il Papa, deve mai essere lasciato solo nelle prove della vita: un principio che, prima ancora di diventare politica sociale o legislazione, è invito a una prossimità quotidiana e feriale, alla portata di ogni comunità cristiana.
L’intelligenza artificiale: custodire l’umano nel tempo delle macchine
Se il capitolo sulle disuguaglianze mostra lo sguardo di Leone XIV “dal basso”, e quello sulla pace ne rivela l’orizzonte più ampio, la prima enciclica del pontificato, Magnifica humanitas, pubblicata il 25 maggio 2026 e firmata il 15 maggio, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, ne rappresenta la sintesi sistematica, applicata a quello che il Papa considera, non a caso, il terreno più urgente delle “cose nuove” del nostro tempo: l’intelligenza artificiale.
Vale la pena soffermarsi sull’incipit del documento, perché ne condensa l’impianto teologico: l’umanità creata da Dio, scrive il Papa, si trova oggi davanti a una scelta decisiva, tra innalzare “una nuova torre di Babele” e costruire la città dove Dio e l’umanità abitano insieme[32]. È un’alternativa anzitutto biblica, non tecnica: per Leone XIV la posta in gioco dell’intelligenza artificiale non sta primariamente nella potenza di calcolo, ma nella direzione – di dominio o di comunione – che l’umanità sceglie di darle. Da qui una tesi che attraversa l’intero testo: la tecnologia non è una forza antagonista rispetto alla persona, né è un male in sé[33], ma non è nemmeno neutrale, perché – scrive testualmente il Papa – “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”[34]. È una precisazione decisiva, che sposta il discorso dal terreno dell’entusiasmo o della paura verso quello, più esigente, della responsabilità condivisa.
Il documento, articolato in cinque capitoli, riprende innanzitutto la tradizione della dottrina sociale della Chiesa e ne applica al tempo digitale i cinque grandi principi. La dignità della persona, anzitutto, che non si acquisisce né si merita, e per questo resta indisponibile a ogni logica di sfruttamento: “la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita”[35], scrive Leone XIV, mettendo in guardia dal rischio, alimentato da nuove ideologie e da interessi molto potenti, di ridurre l’essere umano a risorsa da usare. Poi la destinazione universale dei beni, per cui conoscenze e tecnologie non possono restare concentrate nelle mani di pochi, pena l’aggravarsi del divario tra chi è incluso e chi resta escluso dalla rivoluzione digitale. Quindi la sussidiarietà, che chiede di superare paternalismo e assistenzialismo in favore della corresponsabilità, e la solidarietà, intesa come principio e virtù capace di tenere conto anche delle generazioni future. Infine la giustizia sociale, il cui banco di prova più esigente, scrive il Papa, sono ancora una volta i migranti, i rifugiati, gli sfollati: nel modo in cui una società li tratta si vede “se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità”[36].
Il cuore, per così dire polemico, dell’enciclica è però la proposta di “disarmare l’IA”[37]: sottrarla, cioè, alla logica della competizione militare, economica e cognitiva; spezzare l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare; impedire che si concentri in pochi monopoli fino a dominare l’umano. A questo scopo Leone XIV dedica pagine dense alla critica del transumanesimo e del postumanesimo, le correnti di pensiero che interpretano il progresso come superamento dei limiti della condizione umana. Per il Papa, al contrario, il limite non è un difetto da correggere, ma una dimensione costitutiva della persona: “l’essere umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”[38], riconoscendo nella fragilità e nella finitudine i luoghi in cui maturano la relazione, la cura, l’apertura a Dio e all’altro. Far crescere la tecnica eliminando i limiti dell’umano, avverte, significa in realtà far regredire il cuore.
Günther Anders aveva colto questo nodo con largo anticipo quando parlava di dislivello prometeico, cioè dello scarto crescente tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di immaginare e di sentire, e la sua diagnosi era che l’uomo prova vergogna davanti alla perfezione delle proprie macchine, una vergogna prometeica che lo spinge a volersi correggere sul modello di ciò che ha costruito, e il transumanesimo mi pare oggi la forma compiuta di quella vergogna, il tentativo di guarire dal proprio essere nati anziché fabbricati, mentre il Vangelo insiste sul contrario, sulla nascita come cifra dell’umano, e Hannah Arendt lo chiamava natalità, la capacità di cominciare qualcosa che nessun algoritmo può dedurre da ciò che già esiste.[39]
Da questa impostazione derivano applicazioni molto concrete, che meritano di essere richiamate perché toccano la vita quotidiana di chiunque lavora, comunica, educa. Sul lavoro, l’enciclica respinge l’idea che i nuovi modi di lavorare siano automaticamente migliori, perché la tecnologia può anche squalificare i lavoratori, relegarli a mansioni marginali, sottoporli a sorveglianza automatizzata[40]; chiede perciò sistemi centrati sulla persona, non sulla sola prestazione, e un ripensamento degli indicatori di sviluppo che non si fermi al prodotto interno lordo, ma misuri anche dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze. Sulla comunicazione, propone un’“ecologia” fatta di trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, tutela dei dati personali, giornalismo serio fondato su argomentazione e verifica, e arriva persino a un invito sorprendente nella sua concretezza pastorale: educarsi a “digiunare dall’IA”[41], per non spegnere nei più giovani il desiderio di porre domande davanti a macchine che sembrano avere già tutte le risposte. Sul lavoro minorile e paramilitare legato all’estrazione delle terre rare necessarie ai nostri dispositivi – il coltan, il litio, gli stessi minerali richiamati ai movimenti popolari – il Papa non usa mezzi termini, parlando di nuove forme di schiavitù e chiedendo perdono per i ritardi con cui la Chiesa, in passato, ha condannato la tratta delle persone[42].
Infine, nel capitolo dedicato alla guerra, l’enciclica si salda esplicitamente con il tema della pace trattato altrove nel magistero di Leone XIV, mostrando come i diversi capitoli del suo insegnamento sociale non siano compartimenti separati, ma sfaccettature di un unico sguardo: “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”[43], scrive il Papa, perché la tecnologia non toglie al conflitto la sua intrinseca disumanità, ma rischia soltanto di renderlo più rapido, più impersonale, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. È la stessa vigilanza etica che Leone XIV avrebbe chiesto, con parole quasi identiche, ai parlamentari spagnoli pochi giorni dopo: le decisioni sulla vita e sulla morte non possono mai essere scaricate su automatismi, né sottratte alla responsabilità morale della persona.
Sarebbe perciò riduttivo leggere Magnifica humanitas come un testo a sé, separato dal resto del magistero sociale di Leone XIV, quasi un trattato specialistico rivolto a informatici ed eticisti. Essa è piuttosto la naturale continuazione, l’applicazione a un ambito nuovo – quello algoritmico – delle stesse categorie con cui il Papa legge le disuguaglianze, l’esclusione, le migrazioni, la pace, la cura del creato: un’unica grammatica della dignità, declinata di volta in volta sulle “cose nuove” che la storia gli mette davanti.
Uno sguardo che parte dal basso
A tenere insieme questi capitoli – disuguaglianze, cura del creato, pace, migrazioni, vita, tecnologia – è un unico metodo, che Leone XIV ha esplicitato fin dal primo incontro con i movimenti popolari: guardare le “cose nuove” dalla periferia, non dal centro. È uno sguardo che non nasce da un’opzione ideologica, ma da una convinzione di fede: nel volto dei poveri, degli esclusi, dei migranti, della terra stessa violentata da guerre e avidità, di chi soffre in silenzio, la Chiesa riconosce il volto stesso di Cristo.
Per una regione come la Calabria, dove le asimmetrie tra chi possiede risorse e chi ne è privo raggiungono livelli tra i più alti d’Europa, questo magistero non è un discorso lontano. È, al contrario, un invito preciso: a non rassegnarsi alla frammentazione del tessuto sociale, a custodire la speranza di chi non si arrende, a continuare a credere – come ci ricorda lo stesso pontificato di Leone XIV – che un’altra prossimità, più giusta e più umana, è ancora possibile.
Ernst Bloch, in un’opera monumentale che porta il titolo di Principio speranza, ha sostenuto che l’essere umano è costitutivamente proteso verso ciò che non è ancora, e che il reale contiene sempre più possibilità di quante ne abbia realizzate, sicché la speranza non è un sentimento consolatorio ma una categoria ontologica, un modo di vedere ciò che c’è cogliendone il non-ancora, e trovo straordinario che un filosofo marxista e ateo abbia formulato ciò che nessuna teologia aveva detto con altrettanta forza, e cioè che sperare è un atto di conoscenza prima che di fede, perché chi spera vede più lontano di chi si limita a constatare, e la Calabria di cui parlo ha bisogno esattamente di questo, di occhi capaci di vedere il non-ancora che essa custodisce sotto la crosta di ciò che sembra immutabile.[44]
Cassano allo Ionio, 22 Luglio 2026

✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente Conferenza Episcopale Italiana
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Cfr. Leone XIV, Discorso al Collegio cardinalizio, 10 maggio 2025. ↑
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Cfr. H. Blumenberg, La legittimità dell’età moderna, Marietti, Genova 1992 (ed. or. Die Legitimität der Neuzeit, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1966), in particolare la nozione di «rioccupazione» (Umbesetzung) delle posizioni vacanti ereditate dalle epoche precedenti. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari, 23 ottobre 2025. ↑
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Cfr. ibid. ↑
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Cfr. G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 1995, pp. 3-15 e 82-91. ↑
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Cfr. Leone XIV, Esort. ap. Dilexi te, 4 ottobre 2025, n. 1. ↑
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S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008, p. 121: l’attenzione come «forma più rara e più pura della generosità». Cfr. anche Ead., La prima radice, SE, Milano 1990. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari, 23 ottobre 2025, che cita Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 202. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 16 febbraio 2026. ↑
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Cfr. Leone XIV, Messaggio per la X Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 30 giugno 2025. ↑
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Cfr. ibid. ↑
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Cfr. Leone XIV, Messaggio per la XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 1° settembre 2026, che riprende Is 2,4. ↑
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Cfr. Leone XIV, Regina Cæli, 17 maggio 2026. ↑
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Cfr. H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990 (ed. or. Das Prinzip Verantwortung, Insel, Frankfurt a.M. 1979), pp. 16-17 per la formulazione del nuovo imperativo. ↑
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Cfr. Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas, 15 maggio 2026, n. 45. ↑
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Cfr. ibid., n. 101. ↑
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Cfr. Leone XIV, Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante». ↑
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Cfr. P. Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004; e Id., La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003, Epilogo: «Il perdono difficile». ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai membri del Congresso dei Deputati, Madrid, 8 giugno 2026. ↑
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Cfr. M. Weber, Economia e società, vol. I, Edizioni di Comunità, Milano 1961, sulla distinzione tra Zweckrationalität e Wertrationalität; e Id., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1991, per l’immagine della «gabbia d’acciaio». ↑
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Cfr. ibid. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari, 23 ottobre 2025. ↑
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Cfr. E. Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano 1983 (ed. or. Autrement qu’être ou au-delà de l’essence, Nijhoff, La Haye 1974), cap. IV, sulla sostituzione e la condizione di «ostaggio». ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti alla Conferenza Interparlamentare sulla lotta alla Criminalità Organizzata nella Regione OSCE, 15 maggio 2026. ↑
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Cfr. ibid., che richiama Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 408. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti alla Conferenza Interparlamentare sulla lotta alla Criminalità Organizzata nella Regione OSCE, 15 maggio 2026. ↑
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Cfr. H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2017 (ed. or. The Human Condition, University of Chicago Press, Chicago 1958), § 33: «Irreversibilità e potere di perdonare». ↑
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Cfr. ibid. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai membri del Congresso dei Deputati, Madrid, 8 giugno 2026. ↑
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Cfr. Leone XIV, Discorso ai membri dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA), 9 maggio 2026. ↑
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Cfr. ibid. ↑
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Cfr. Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas, 15 maggio 2026, n. 1. ↑
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Cfr. ibid., nn. 4 e 9. ↑
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Cfr. ibid., n. 16. ↑
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Cfr. ibid., n. 53. ↑
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Cfr. ibid., n. 81. ↑
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Cfr. ibid., n. 110. ↑
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Cfr. ibid., n. 118. ↑
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Cfr. G. Anders, L’uomo è antiquato, vol. I: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 2003 (ed. or. Die Antiquiertheit des Menschen, Beck, München 1956), sulla «vergogna prometeica» e il «dislivello prometeico». ↑
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Cfr. ibid., n. 150. ↑
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Cfr. ibid., n. 147. ↑
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Cfr. ibid., nn. 173-174. ↑
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Cfr. ibid., n. 198. ↑
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Cfr. E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, Milano 1994 (ed. or. Das Prinzip Hoffnung, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1954-1959), sulla categoria del Noch-Nicht-Sein. ↑