1. Un salto cognitivo
La fase storica che stiamo attraversando richiede una discontinuità radicale, un ritorno alla radice dei problemi. Un salto cognitivo prima di tutto.
Nonostante l’evidente inceppamento del modo di produzione capitalistico, stentano ad emergere categorie analitiche, interpretazioni e, soprattutto, ad immaginare paradigmi alternativi, credibili. Viviamo in un ostinato interregno gramsciano. Il vecchio mostra crepe profonde, ma il nuovo non riesce a prendere forma.
È questa la vera impasse del nostro tempo. Da qui il disorientamento diffuso, la sensazione di impotenza e la crisi di egemonia culturale. Cresce la consapevolezza che non bastano aggiustamenti marginali o manutenzioni straordinarie. Le faglie sono troppo profonde per essere affrontate con interventi ordinari, con le logiche riformiste convenzionali.
Non si tratta di riparare la macchina che funziona male: il punto è che la macchina sembra avere esaurito la capacità di conseguire nuovi traguardi di benessere collettivo, coesione sociale e sostenibilità ambientale.
La delegittimazione sociale del modello dominante è diffusa. Tuttavia, alla sua crisi non corrisponde ancora la capacità di costruire un nuovo orizzonte interpretativo: aumenta il numero di coloro che percepiscono i limiti dell’assetto esistente ma, allo stesso tempo, diminuiscono i soggetti collettivi in grado di elaborare visioni alternative e di tradurle in progetti di trasformazione.
Il vento soffia in direzione della riconfigurazione di sistema ma non viene utilizzato da intellettuali e politici per approdare a nuovi lidi.
Le idee e gli strumenti concettuali ereditati dal Novecento appaiono sempre meno adeguati a leggere la grande trasformazione in corso. Spiegano soltanto frammenti di una realtà che cambia più velocemente delle nostre capacità di interpretarla.
Proprio quando servirebbero nuove chiavi di lettura, prevalgono prudenza, conformismo e timidezza intellettuale. Avremmo bisogno di nuovi occhiali per osservare il mondo, ma si sono rarefatti i luoghi in cui quegli occhiali potrebbero essere disegnati e progettati.
Università, centri di ricerca, fondazioni culturali e istituzioni formative hanno progressivamente smarrito la missione pubblica. Per lungo tempo sono stati luoghi di elaborazione collettiva, laboratori di idee, spazi in cui si costruivano visioni del futuro e si interrogavano criticamente gli assetti esistenti. Istituzioni che addestravano a formulare domande per costruire risposte adeguate. Non a performare con standard omogenei.
Oggi appaiono sempre più spesso come attori tra gli altri, portatori di interessi specifici che negoziano con altri interessi specifici. Semplici stakeholder mentre servirebbero community-holder che perseguono il bene comune, la prospettiva sistemica, l’interesse generale.
Soggetti più orientati a dare continuità a ciò che già esiste piuttosto che all’innovazione e a generare valore condiviso; ad applicare, come dice Giovanni Lo Storto, l’intelligenza artificiale non come occasione di apprendimento bensì come scorciatoia cognitiva.
L’asfittico dibattito pubblico è frammentato in una moltitudine di questioni settoriali, e non consente quindi di comprendere le connessioni che legano fenomeni economici, sociali, territoriali e ambientali.
Quando scompare il quadro generale, il rischio è che prevalgano la forza e la concentrazione del potere. Che i grandi attori economici assumano un peso superiore a quello delle istituzioni democratiche. Che pochi soggetti siano in grado di orientare processi che riguardano intere collettività. Che alcune tessere finiscano per determinare il disegno dell’intero mosaico.
Alla base di questa rappresentazione continua a operare una delle convinzioni più radicate della cultura economica dominante: l’idea smithiana che la ricerca dell’interesse individuale produca spontaneamente benefici per l’insieme della società. Che la “mano invisibile” sia tuttora il motore primo della crescita economica e sociale.
Una convinzione che ha contribuito a naturalizzare il capitalismo contemporaneo, presentandolo non come una costruzione storica e politica, ma come l’unico, fisiologico, ordine possibile delle cose.
È proprio qui che si colloca l’intuizione fondamentale di Riabitare l’Italia: la necessità di invertire lo sguardo.
Invertire lo sguardo significa anzitutto cambiare punto di osservazione. Significa sottrarsi alla forza gravitazionale delle narrazioni dominanti e cercare prospettive laterali, decentrate, capaci di restituire luce e voce a ciò e a chi viene sistematicamente oscurato.
Non si tratta di un esercizio estetico o di una semplice provocazione intellettuale. Si tratta di un’operazione conoscitiva e politica.
Ogni paradigma costruisce infatti una propria geografia della rilevanza: decide cosa conta e cosa no, quali fenomeni meritano attenzione e quali possono essere ignorati, quali luoghi rappresentano il futuro e quali il passato.
Invertire lo sguardo significa mettere in discussione questa gerarchia. Significa osservare il mondo a partire da ciò che viene considerato marginale, periferico, residuale. Significa interrogare le assenze prima ancora delle presenze.
Da questa prospettiva il capitalismo contemporaneo appare meno compatto e meno inevitabile di quanto spesso venga rappresentato. Le sue contraddizioni diventano più visibili. Emergono le sue fratture territoriali, le sue disuguaglianze sociali, i suoi costi ambientali, le sue fragilità sistemiche.
Soprattutto, emergono mondi sociali, pratiche economiche e forme di convivenza che sfuggono alle classificazioni standard e che spesso restano invisibili alle letture dominanti.
Cambiare punto di osservazione significa anche riconoscere che non esiste un unico modello di sviluppo valido per tutti i luoghi.
Le geografie contemporanee sono sempre più costellative, reticolari, differenziate, attraversate da dinamiche plurali che richiedono uno sguardo capace di leggere le relazioni tra luoghi diversi senza ricondurle a un’unica gerarchia spaziale: è questo il fulcro analitico originario di Riabitare l’Italia sin dal primo volume seminale del 2018 Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli), curato da Antonio De Rossi.
Territori diversi pongono problemi diversi e dispongono di risorse differenti. Per questo reclamano politiche sensibili alle specificità locali, capaci di valorizzare le caratteristiche dei contesti anziché appiattirli dentro modelli standardizzati.
Lo sviluppo non è mai un processo astratto. È sempre localizzato. Si manifesta in determinati luoghi, coinvolge specifiche comunità, si misura con particolari dotazioni territoriali e istituzionali, con certi tipi e caratteri delle popolazioni locali.
Per questa ragione le politiche pubbliche non possono essere indifferenti allo spazio. Hanno bisogno di essere costruite a partire dai luoghi, dalle loro risorse, dalle loro fragilità e dalle loro aspirazioni. Devono essere place-based.
Invertire lo sguardo significa allora contrastare una delle forme più pervasive del pensiero contemporaneo: il normocentrismo.
L’idea, spesso implicita, che il centro costituisca la misura di tutte le cose. Che l’urbano rappresenti il modello cui il resto deve conformarsi. Che il grande sia necessariamente superiore al piccolo. Che i margini siano semplicemente centri incompiuti, al più centri potenziali in divenire. Che esista una sola traiettoria di modernizzazione alla quale tutti debbano adeguarsi.
Questa visione non descrive la realtà: la gerarchizza.
La realtà è molto più complessa. Esistono molteplici modi di produrre ricchezza, organizzare la convivenza, costruire innovazione e generare benessere. Esistono territori che sfuggono alle classificazioni dominanti e comunità che elaborano risposte originali alle sfide contemporanee. Esistono, soprattutto, vasti campi di ricerca ancora poco esplorati.
L’inversione dello sguardo non offre risposte preconfezionate. Offre però una condizione indispensabile per trovarle: la disponibilità a guardare dove altri non guardano, a porre domande diverse e a mettere in discussione ciò che viene presentato come naturale, inevitabile o universale.
È da qui che può iniziare la costruzione di una nuova grammatica del cambiamento.
2. Il formicolio dei margini. Costruire una mappa
Se si inverte lo sguardo emerge un’Italia meno irenica e molto diversa da quella raccontata dalle rappresentazioni imperanti. Un Paese meno polarizzato, meno rassegnato e meno uniforme di quanto spesso si creda.
Sotto la superficie delle statistiche, delle narrazioni mediatiche e delle gerarchie territoriali consolidate, si muove infatti un crescente numero di esperienze che contribuiscono quotidianamente a tenere insieme comunità, territori e relazioni interpersonali.
Nei margini del Paese c’è un formicolio diffuso, come lo chiama Fabrizio Barca. Non si tratta di un movimento organizzato, né di un disegno unitario. Non esiste un centro di coordinamento, un manifesto condiviso o una regia comune.
Esistono invece migliaia di iniziative che nascono da bisogni concreti e da persone che scelgono di non considerare inevitabile il declino dei luoghi in cui vivono.
Cooperative di comunità, associazioni culturali, imprese sociali, gruppi informali di cittadini, giovani animatori territoriali, scuole popolari, fattorie didattiche, forni sociali, festival, presìdi ambientali, esperienze di agricoltura sociale, sindaci e municipi porosi all’innovazione amministrativa e alla partecipazione, laboratori di inclusione di soggetti vulnerabili, reti di mutuo aiuto, comunità energetiche.
Ancora: imprese di terzo settore impegnate in un faticoso corpo a corpo per provare a costruire forme di vita dignitosa per gli ammalati mentali, giovani volontari impegnati ad alleggerire la vita dei più fragili e a sbiadire l’idea della povertà come vergogna.
Realtà molto diverse tra loro, spesso piccole e fragili, ma accomunate dalla tensione politica a produrre valore sociale prima ancora che profitto economico.
Sono esperienze che agiscono nel quotidiano, che danno tono alla convivenza. Curano persone, animali e natura, costruiscono legami, combattono la solitudine, promuovono occasioni di incontro e di apprendimento.
Provano a “dare voce” a chi non può parlare: alle piante, ai fiumi, al paesaggio, agli animali.
Difendono beni comuni, avviano pratiche di cooperazione, sperimentano forme di economia circolari, più attente alle relazioni e alla qualità della vita, più interessati ai valori d’uso che ai valori di scambio.
Al pane prima del forno, al bosco prima della falegnameria. All’utilità di ciò che il paradigma produttivistico considera inutili.
Sono esperienze che operano quasi sempre lontano dai riflettori e raramente ricevono il riconoscimento pubblico che meriterebbero.
Il loro contributo è tutt’altro che marginale. In molti territori rappresentano le ultime casematte contro la desertificazione sociale e produttiva.
Mantengono aperti spazi di socialità dove il mercato non trova convenienza e lo Stato fatica a garantire presenza.
Coltivano la passione per le produzioni di piccola scala, dei manufatti benfatti, delle “economie frugali” di cui scrive Navi Radjou.
Alimentano fiducia in contesti attraversati da sfiducia e rassegnazione al peggio. Promuovono solidarietà in una fase storica segnata dall’individualismo competitivo e dalle performance prestazionali rigide e indiscriminate.
Ricordano, attraverso le pratiche più che attraverso i discorsi, che il benessere di ciascuno dipende anche dalla qualità delle relazioni con gli altri. Che la produzione è quasi sempre un lavorare insieme, orizzontalità relazionale. Che ognuno ha un debito verso gli altri.
Il più delle volte queste esperienze operano in condizioni difficili. Dispongono di risorse limitate, vivono di volontariato, di passione civile, di capacità di adattamento, di imprese “progetto di vita”, se non di semplice “sopravvivenza”.
Talvolta devono fare i conti con l’indifferenza delle istituzioni; altre volte con ostacoli burocratici che ne rendono più difficile l’azione.
Ciò nonostante, continuano a generare innovazione sociale e produttiva, spesso anticipando soluzioni che soltanto in seguito verranno riconosciute e imitate.
La loro caratteristica più interessante è forse un’altra: mostrano che esistono modi diversi di produrre valore.
Per lungo tempo siamo stati abituati a misurare il successo quasi esclusivamente attraverso indicatori economici. Crescita del PIL, produttività, reddito, consumi.
Variabili importanti ma incapaci di restituire da sole la qualità effettiva della vita delle persone e delle comunità.
Molte delle pratiche che nascono nei margini producono beni che sfuggono alle metriche tradizionali: fiducia, coesione sociale, senso di appartenenza, capacità cooperativa, benessere relazionale.
Risorse immateriali che non trovano facilmente spazio nei bilanci economici ma che risultano essenziali per la tenuta delle società contemporanee e per alimentare micro-processi di sviluppo radicati.
Osservate singolarmente, queste esperienze possono apparire episodiche, limitate, incapaci di incidere sui grandi processi.
Ma è proprio qui che l’inversione dello sguardo si rivela decisiva. Non si tratta soltanto di comprendere ogni singola iniziativa. Il problema è riuscire a vedere l’insieme, l’arcipelago, non solo la singola isola.
Sappiamo dell’esistenza di molte esperienze virtuose, ma ne possediamo una conoscenza frammentaria. Spesso ne conosciamo appena il nome, il luogo in cui operano o qualche risultato particolarmente significativo.
Manca invece una comprensione sistematica del fenomeno nel suo complesso.
Non sappiamo quante siano realmente queste iniziative, come si distribuiscono sul territorio nazionale, quali caratteristiche condividono, quali effetti inducono nel medio e lungo periodo.
È una lacuna conoscitiva rilevante. Perché ciò che non viene conosciuto difficilmente può essere valorizzato, sostenuto o trasformato in patrimonio collettivo.
Per questa ragione una delle sfide più importanti dei prossimi anni dovrebbe essere la costruzione di una grande mappa del formicolio nei margini.
Una ricognizione nazionale delle esperienze che stanno sperimentando nuove forme di abitare, produrre, cooperare e prendersi cura dei luoghi.
Un lavoro di esplorazione e di ascolto capace di raccogliere informazioni sulle pratiche esistenti, sui soggetti coinvolti, sulle reti costruite, sui risultati raggiunti e sulle difficoltà incontrate.
Non una semplice raccolta di buone pratiche. Né una galleria di casi esemplari.
L’obiettivo dovrebbe essere più ambizioso: costruire una conoscenza sistematica delle energie sociali che attraversano l’Italia del margine.
Provare a costruire una “teoria” del formicolio per comprendere quali condizioni favoriscono la nascita di queste esperienze, quali fattori ne limitano la diffusione, quali forme organizzative risultano più resilienti, quali impatti generano sulla qualità della vita delle comunità locali.
In altre parole, passare dalla celebrazione episodica alla comprensione strutturale.
Una simile mappatura avrebbe almeno tre effetti.
Anzitutto renderebbe visibile ciò che oggi rimane disperso e frammentato. Molte esperienze si percepiscono come isolate, mentre spesso fanno parte di fenomeni molto più ampi di quanto immaginino.
In secondo luogo, contribuirebbe a rafforzare le connessioni tra soggetti che affrontano problemi simili in territori diversi. Rendere visibile l’arcipelago significa creare le condizioni perché le isole possano riconoscersi, dialogare e cooperare.
Infine, fornirebbe una base conoscitiva preziosa per le politiche pubbliche.
Troppo spesso gli interventi territoriali vengono progettati senza conoscere adeguatamente le risorse sociali già presenti nei contesti locali.
Una mappa del formicolio permetterebbe invece di individuare energie, competenze e reti già attive, costruendo politiche capaci di partire da ciò che esiste anziché da modelli astratti.
Un progetto di questa portata supera naturalmente le possibilità di una singola organizzazione, di Riabitare l’Italia soltanto.
Richiede alleanze ampie tra associazioni, università, fondazioni, enti locali, istituzioni nazionali e soggetti della società civile.
Richiede ricercatori, rilevatori, animatori territoriali, comunità disponibili a raccontarsi e a condividere esperienze.
Richiede tempo, risorse e pazienza.
Ma è una sfida che vale la pena affrontare. Perché nei margini non si accumulano soltanto problemi. Si accumulano anche risposte.
Non si concentrano soltanto fragilità. Si producono anche innovazioni sociali, capacità di adattamento, nuove forme di cooperazione e di cittadinanza.
Molte delle risorse necessarie per affrontare le grandi transizioni del nostro tempo sono già presenti nei territori, anche se spesso restano invisibili agli sguardi abituati a cercare il cambiamento soltanto nei luoghi del potere economico e politico.
Mappare il formicolio significa allora molto più che censire esperienze.
Significa riconoscere l’esistenza di un’Italia che non occupa il centro della scena, ma che contribuisce ogni giorno a costruire coesione sociale, qualità della vita e futuro.
Un’Italia che non attende passivamente la trasformazione, ma che la sperimenta già, spesso in forme minute, imperfette e disperse.
È da queste energie diffuse che può prendere forma una diversa idea di sviluppo: meno fondata sulla competizione e sull’estrazione di valore, più orientata alla cura, alla cooperazione e alla capacità delle comunità di generare benessere condiviso.
Per questo il formicolio dei margini non è soltanto un oggetto di ricerca. È uno dei luoghi in cui il futuro sta già cercando di farsi strada.
3. Sud, dalle “macchie di leopardo” ai “punti di ghepardo”
Se l’inversione dello sguardo è necessaria per comprendere le trasformazioni dei margini italiani, essa diventa indispensabile quando si affronta la più persistente delle questioni territoriali del nostro Paese: il Mezzogiorno.
Pochi temi hanno conosciuto una parabola tanto singolare.
Per oltre un secolo il Sud è stato al centro del dibattito politico, culturale e scientifico nazionale. Generazioni di studiosi, amministratori, intellettuali e movimenti sociali hanno discusso delle sue fragilità e delle sue potenzialità, delle sue specificità storiche e delle sue relazioni con il resto del Paese.
Oggi, paradossalmente, mentre il divario territoriale continua a segnare profondamente la geografia italiana, il Mezzogiorno sembra essere uscito dall’orizzonte delle grandi questioni nazionali.
Non è scomparso il problema. È scomparsa l’attenzione.
A forza di parlarne, il Sud è diventato un tema logorato. Il Sud ha stancato, sfiancato elaborazioni e azioni.
La questione si è cristallizzata nelle biblioteche, negli scaffali più polverosi e nascosti. “Abrogata”, come auspicava provocatoriamente il titolo di un denso libricino di Gianfranco Viesti, pubblicato circa un quarto di secolo fa.
Troppo complesso per la comunicazione veloce, troppo strutturale per una politica ossessionata dai risultati immediati, troppo ingombrante per un dibattito pubblico sempre più sfilacciato.
Così, lentamente, la questione meridionale è scivolata ai margini, si è smagnetizzata, sfarinata.
Le fabbriche sono state dismesse, ma si è dismessa anche la riflessione.
Si sono svuotate le campagne e si è svuotato anche l’interesse intellettuale per i nuovi “cafoni”.
I processi di spopolamento hanno trovato un corrispettivo nella rarefazione delle analisi.
Da alcuni anni il Mezzogiorno vive una sorta di paradossale invisibilità.
Esiste nei dati statistici, nei rapporti degli istituti di ricerca, nelle classifiche europee, ma fatica a esistere come oggetto di discussione pubblica.
Le disuguaglianze territoriali continuano a produrre effetti rilevanti sulla vita di milioni di persone, eppure raramente occupano il centro dell’agenda politica nazionale.
La Svimez continua a documentare la persistenza del dualismo italiano, ma i suoi rapporti annuali ricevono un’attenzione incomparabilmente inferiore rispetto al passato.
Le riviste specializzate dedicano sempre meno spazio al Mezzogiorno come questione generale.
Nelle università il tema appare spesso residuale, confinato a nicchie disciplinari o a interessi individuali.
Sono ormai mosche rare le tesi di laurea sul Sud e di fatto inesistenti le tesi di dottorato.
La stessa parola “meridionalismo” sembra appartenere a un lessico distante, quasi archeologico. Sa di muffa, di passato, di anni Cinquanta.
È il segno di una trasformazione più ampia.
Negli ultimi decenni il mondo accademico ha progressivamente ridotto la propria capacità di affrontare grandi questioni sociali e territoriali in una prospettiva integrata.
La specializzazione crescente ha prodotto avanzamenti nella conoscenza, ma ha anche reso più difficile costruire interpretazioni complessive di fenomeni complessi.
Il Mezzogiorno, che richiede l’intreccio di economia, sociologia, geografia, storia, scienza politica e studi territoriali, mal si adatta a un sapere segmentato in compartimenti disciplinari sempre più impermeabili.
Il darwinismo disciplinare è di ostacolo alla comprensione e allo studio del Sud d’oggi.
Così il Sud è stato progressivamente derubricato a cronaca.
Taranto, il Ponte sullo Stretto, Amendolara, la fuga dei giovani laureati, le crisi industriali, gli episodi di malaffare, i successi turistici di qualche località, i nonni con la valigia.
Una successione di eventi, spesso raccontati isolatamente, senza una cornice analitica in grado di restituire il senso delle trasformazioni in atto.
Il Mezzogiorno appare e scompare dalle pagine dei giornali sotto forma di emergenza, polemica o curiosità, ma raramente viene osservato come una realtà complessa attraversata da processi economici, sociali e culturali profondi.
L’effetto più evidente di questa ritirata dello sguardo è l’opacità.
Sappiamo meno di quanto dovremmo sapere.
Conosciamo poco delle nuove classi dirigenti locali, delle economie emergenti, delle forme contemporanee di imprenditorialità diffusa, delle trasformazioni del lavoro, delle nuove povertà e delle nuove ricchezze.
Disponiamo di molte informazioni statistiche ma di poche esplorazioni sul campo.
Abbiamo dati, ma sempre meno inchieste.
Numeri, ma meno interpretazioni.
Eppure, il Mezzogiorno è cambiato profondamente.
Per lungo tempo il suo sviluppo è stato descritto attraverso la metafora delle “macchie di leopardo”: processi economici territorialmente concentrati, spesso deboli e discontinui, ma comunque capaci di produrre addensamenti produttivi, sistemi locali e qualche effetto di diffusione verso i contesti circostanti.
Lo sviluppo era irregolare, incompleto, ma conservava una certa dimensione territoriale.
Oggi quella immagine sembra sempre meno adeguata.
Il Sud contemporaneo assomiglia piuttosto a un “mantello di ghepardo”.
Non più macchie, ma punti.
Punti di innovazione, punti di eccellenza, punti di dinamismo economico e sociale che emergono in aree spesso infragilite senza però riuscire a trasformare il contesto che li circonda.
Imprese competitive sui mercati internazionali, esperienze culturali di qualità, università capaci di produrre ricerca avanzata, iniziative sociali innovative, distretti turistici in crescita.
Realtà che esistono e che talvolta prosperano, ma che troppo spesso rimangono isolate.
Dalle macchie ai punti.
La differenza non è soltanto descrittiva. È analitica e politica.
Le macchie, per quanto discontinue, occupavano uno spazio. I punti, invece, tendono a rimanere confinati nella loro localizzazione.
Producono valore ma faticano a generare ecosistemi.
Attivano sviluppo ma raramente riescono a trasformarlo in processo cumulativo.
Crescono senza contagiare. Innovano senza diffondere innovazione.
È questa una delle caratteristiche più rilevanti del Mezzogiorno contemporaneo.
Un territorio nel quale convivono dinamismo e stagnazione, eccellenze e fragilità, aperture globali e chiusure locali.
Un mosaico estremamente differenziato che sfugge sia alle rappresentazioni catastrofiste sia a quelle trionfalistiche.
Da una parte continuano infatti a operare i “trombonisti” del declino: coloro che descrivono il Sud come una realtà irrimediabilmente condannata all’arretratezza, impermeabile a ogni tentativo di cambiamento e destinata a vivere di trasferimenti pubblici e assistenzialismo.
Dall’altra resistono i “trombettisti” dell’ottimismo facile: quelli che vedono nel Mezzogiorno una sorta di California mediterranea in attesa soltanto di essere scoperta e valorizzata.
Entrambe le rappresentazioni condividono lo stesso limite.
Trasformano il Sud in un blocco omogeneo.
Mecca potenziale o landa desolata; paradiso o inferno.
Lo riducono a un’immagine semplificata.
Ignorano le differenze territoriali, le molteplici traiettorie di sviluppo, le fratture sociali e le contraddizioni interne.
Finiscono per sostituire la conoscenza con la caricatura.
La realtà è più complessa.
Esistono molti Mezzogiorni.
Esistono aree urbane e aree interne, territori in crescita e territori in contrazione, economie innovative ed economie dipendenti, luoghi che attraggono popolazione e luoghi che la perdono.
Esistono comunità che sperimentano nuove forme di sviluppo locale e altre che vivono condizioni di crescente marginalizzazione.
Esistono conflitti, opportunità, risorse e vincoli che non possono essere compressi dentro una narrazione unitaria.
Per questa ragione il Mezzogiorno reclama oggi una nuova stagione di ricerca, di esplorazione e di ascolto.
Ha bisogno di essere nuovamente osservato sul campo.
Di essere attraversato, raccontato, interrogato.
Ha bisogno di nuove inchieste territoriali, di studi interdisciplinari, di ricognizioni capaci di cogliere ciò che si muove sotto la superficie dei dati aggregati.
Ha bisogno di una conoscenza che non si limiti a misurare il divario, ma che provi a comprendere i processi che stanno ridefinendo il rapporto tra territori, economie e comunità.
Anche in questo caso, invertire lo sguardo significa guardare dove gli altri non guardano.
Significa cercare i segnali deboli, le microeconomie emergenti, le forme di innovazione sociale, i nuovi attori territoriali.
Significa interrogarsi non soltanto sulle ragioni del ritardo, ma anche sulle possibilità di trasformazione.
Significa osservare il Mezzogiorno non come un problema da amministrare, ma come uno spazio sociale e territoriale nel quale si giocano questioni decisive per il futuro dell’intero Paese.
Perché il destino del Sud non riguarda soltanto il Sud.
In una fase segnata da crisi demografica, transizione ecologica, ridefinizione delle catene produttive e trasformazione dei modelli di vita, il Mezzogiorno rappresenta uno dei laboratori territoriali italiani.
Ignorarlo significa rinunciare a comprendere una parte essenziale delle dinamiche che attraversano l’intero Paese.
Ripensare la questione meridionale non significa dunque recuperare nostalgicamente il meridionalismo del passato.
Significa costruire un diverso meridionalismo, capace di leggere il Sud per quello che è diventato e per ciò che potrebbe ancora diventare.
Un meridionalismo meno interessato alle etichette e più attento ai processi, meno incline alle contrapposizioni ideologiche e più disposto all’esplorazione, alla ricerca e alla sperimentazione.
Perché senza una nuova conoscenza del Mezzogiorno sarà difficile immaginare una nuova idea d’Italia.
Senza senso della realtà non si costruisce senso delle opportunità.
Riabitare l’Italia può dare un contributo in collaborazione con altre associazioni e istituzioni: organizzare una giornata Sud, una giornata di analisi, di interpretazioni, di racconto di esperienze di movimenti sociopolitici locali, di partenze e di arrivi, di luoghi di produzione, di soggetti collettivi che producono e manutengono beni pubblici.
Una giornata per cominciare.
Per ricordare che il Sud esiste.
Per affermare che il Sud ci riguarda.
4. Una nuova geografia dello sguardo
Il filo che lega le pagine precedenti è, in fondo, semplice: per comprendere il presente e immaginare il futuro abbiamo bisogno di una nuova geografia dello sguardo.
La crisi che attraversa le nostre società non è soltanto economica, sociale o ambientale.
È anche una crisi cognitiva.
Continuiamo spesso a osservare il mondo attraverso categorie che appartengono a una stagione ormai conclusa, utilizzando mappe che non corrispondono più ai territori che dovrebbero rappresentare.
I cambiamenti in corso procedono più rapidamente delle nostre capacità di interpretarli.
Da qui deriva gran parte del disorientamento del nostro tempo.
Invertire lo sguardo significa provare a colmare questa distanza.
Significa abbandonare l’illusione che il centro coincida sempre con ciò che conta e che i margini siano semplicemente luoghi residuali destinati a inseguire modelli definiti altrove oppure a scomparire.
Significa riconoscere che trasformazioni interessanti si producono oggi anche in spazi considerati marginali, lontani dai luoghi tradizionali del potere economico, politico e culturale.
Che nel margine c’è produzione, manifattura, distretti, sebbene con minore intensità del passato, e non solo turismo estrattivo, sagre, patrimoni da tutelare e conservare, racconti semplificati di presunte autenticità.
È nei margini che si può incontrare il formicolio di migliaia di esperienze sociali, economiche e culturali che quotidianamente costruiscono relazioni, generano cooperazione, producono beni comuni e sperimentano modi diversi di abitare i territori.
Esperienze spesso fragili, talvolta isolate, ma capaci di indicare che esistono alternative praticabili alla riduzione della vita sociale a mercato e competizione.
Stando attenti a non cadere in esaltazioni retoriche, né dimenticando che per secoli i margini sono stati luoghi da cui scappare, tanto era diffusa la povertà materiale, l’isolamento fisico e sociale, il lavoro massacrante nei campi, ma anche la noia e il senso di vuoto.
Ed è ancora nei margini che si può ritrovare il Mezzogiorno.
Non il Sud stereotipato delle narrazioni consolatorie o catastrofiste, ma un territorio complesso, attraversato da contraddizioni profonde e da energie poco conosciute.
Un Sud che non può essere ridotto né a problema insolubile né a promessa salvifica.
Un Sud che domanda nuove esplorazioni, nuove inchieste e nuove categorie interpretative.
Un Sud che, nel passaggio dalle “macchie di leopardo” ai “punti di ghepardo”, racconta forse meglio di qualsiasi altro territorio le trasformazioni dell’Italia contemporanea.
Da questa prospettiva, la missione di Riabitare l’Italia assume un significato che va oltre la pur fondamentale attenzione ai territori marginalizzati, alle aree interne o ai piccoli comuni.
Essa riguarda la costruzione di una diversa cultura dello sviluppo e della convivenza.
Riguarda la possibilità di elaborare una visione del Paese capace di valorizzare la pluralità dei luoghi, delle economie e delle forme di vita che lo compongono.
Per farlo è necessario un duplice lavoro.
Da un lato, occorre continuare a decostruire le rappresentazioni dominanti che presentano come naturali assetti economici, sociali e territoriali che sono invece il prodotto di precise scelte storiche e politiche.
Dall’altro, bisogna dedicarsi a una paziente opera di ricerca, mappatura e interpretazione delle esperienze che già oggi prefigurano modi diversi di produrre, cooperare, abitare e prendersi cura dei luoghi.
Non si tratta di inseguire utopie astratte.
Al contrario, si tratta di osservare con maggiore attenzione ciò che esiste già.
Di riconoscere pratiche che spesso rimangono invisibili.
Di individuare connessioni tra esperienze disperse.
Di trasformare una moltitudine di casi isolati in un campo di conoscenza e di azione collettiva.
La sfida, in definitiva, non consiste soltanto nel denunciare i limiti del presente.
Consiste nel rendere visibili le possibilità che il presente già contiene.
Ogni trasformazione storica nasce infatti due volte: prima come cambiamento dello sguardo, poi come cambiamento della realtà.
Per questo il compito più urgente è forse proprio quello di imparare a vedere.
Vedere ciò che viene ignorato.
Vedere ciò che emerge.
Vedere ciò che si muove sotto la superficie delle rappresentazioni dominanti.
È ciò che ha cominciato a fare Dissonanze (rivistadissonanze.it), la nuova rivista online della Donzelli, ideata e realizzata insieme a Riabitare l’Italia, il Forum Disuguaglianze e Diversità e un gruppo composito di studiosi, accademici e non.
Il nuovo mondo sta già prendendo forma nei territori, nelle comunità e nelle pratiche che, spesso lontano dai riflettori, continuano a costruire quotidianamente condizioni di vita più giuste, più solidali e più sostenibili.
Il compito della ricerca, della politica e dell’impegno civile è riconoscerle, comprenderle e aiutarle a crescere.
È anche da qui che può cominciare una nuova idea d’Italia.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Il testo riproduce, con modifiche e ampliamenti, l’intervento conclusivo all’Assemblea 2026 di Riabitare l’Italia – Roma 5 giugno 2026, Società Geografica Italiana – Palazzetto Mattei, Villa Celimontana.
Domenico Cersosimo
Domenico Cersosimo, professore onorario di Economia applicata all’Università della Calabria, si occupa di temi di ricerca nei campi dell’economia regionale, dello sviluppo e delle politiche per i sistemi produttivi locali e delle aree interne e marginalizzate.
Su tali argomenti ha pubblicato diversi saggi scientifici e divulgativi. È presidente dell’Associazione Riabitare l’Italia.